XXVIII domenica del tempo Ordinario

 

Dopo aver constatato con un certo stupore che uno solo su dieci – e per giunta un samaritano, il «nemico» religioso per i giudei, il credente scismatico ed eretico (cf. Lc 9,53) – è tornato per «rendere gloria a Dio», Gesù sa interpretare in profondità l’evento che si svolge sotto i suoi occhi e afferma: «La tua fede ti ha salvato». Egli stabilisce uno stretto legame tra la fede di quest’uomo, che sa riconoscere e accogliere la salvezza portata da Dio, e la sua capacità di rendere grazie. Se infatti la fede è relazione personale con Dio, la dimensione dell’azione di grazie non è solo risposta puntuale a eventi in cui si discerne la presenza e l’azione di Dio nella propria vita né riguarda solo la forma esteriore di alcune preghiere, ma deve coinvolgere tutta la persona. Alla gratuità dell’agire di Dio verso l’uomo risponde il riconoscimento del dono e la riconoscenza, la gratitudine di chi riconosce che «tutto è grazia», che l’amore del Signore precede, accompagna e segue la sua vita.

Le parole di Gesù sulla fede di quest’uomo significano inoltre che la salvezza è veramente tale se la si celebra: il dono di Dio è accolto quando per esso si sa ringraziare, ovvero riconoscerne e confessarne l’origine. Per questo il cuore della fede cristiana è l’eucaristia, che – non lo si dimentichi – significa proprio «rendimento di grazie»; il posto centrale dell’eucaristia ci ricorda che il culto cristiano consiste essenzialmente in una vita capace di rispondere con gratitudine al dono inestimabile di Dio, il dono del Figlio Gesù Cristo che il Padre, nel suo immenso amore, ha fatto all’umanità (cf. Gv 3,16). E così alla sequela di Gesù Cristo, l’uomo che ha saputo fare dell’intera sua vita una risposta all’amore preveniente del Padre fino a offrirla puntualmente nel segno del pane e del vino, i cristiani rendono grazie a Dio facendo della loro esistenza un’eucaristia vivente. Di fronte al dono di Dio si può solo rispondere cercando di divenire donne e uomini eucaristici (cf. Col 3,15; 1Ts 5,18), capaci di vivere «nel rendimento di grazie» (1Tm 4,4); i cristiani dovrebbero essere coloro che «rendono continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore Gesù Cristo» (cf. Ef 5,20)…

Il rendimento di grazie è dunque l’atteggiamento radicale di chi apre ogni giorno la trama della propria esistenza all’azione di Dio, fino a predisporre tutto affinché Dio stesso, colui che vuole per tutti gli uomini la vita piena (cf. Gv 10,10), trasfiguri la morte in evento di nascita a vita nuova. Come dimenticare che l’ultima parola di santa Chiara di Assisi fu: «Ti ringrazio, Signore, di avermi creata»? Sì, ogni giorno è per noi un dono dell’amore di Dio in Gesù Cristo!

 

Enzo Bianchi

Oggi si compie per voi la Scrittura
Il vangelo festivo Anno C
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