Giovedì santo

Mosaico (particolare) - Hosios Lukas
Lavanda dei piedi
Bose, 5 aprile 2012
Omelia di ENZO BIANCHI
Ecco cosa fa l’Amore, cosa fa Dio verso di noi: un Dio inginocchiato ai nostri piedi che lava i nostri piedi sporchi. È una liturgia della quale noi possiamo fare profezia, ma che avverrà realmente quando nella nostra morte staremo davanti a Dio: Dio, l’Amore che abbiamo tanto cercato e che abbiamo tentato di vivere, ci laverà i piedi…
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Bose, 5 aprile 2012
Omelia di ENZO BIANCHI
 Gv 13, 1-15
 
 
Ascolta l'omelia:
 

Cari fratelli e sorelle, amici e ospiti,
siamo all’inizio del triduo, dei tre giorni pasquali, giorni in cui celebreremo tanti misteri: i misteri della vita di Gesù Cristo, la sua passione, morte e resurrezione. Ricordiamo degli eventi, delle azioni vissute da Gesù, e nel ricordarle le celebriamo e le «presentifichiamo» in modo da essere coinvolti in esse, in modo da essere resi partecipi del mistero. Questa è la dinamica liturgica, sacramentale che fonda le nostre liturgie pasquali.
Eccoci allora, in questa sera, tutti insieme, perché sta scritto:

Tutta la comunità d’Israele celebrerà la Pasqua (Es 12,47).Tutta l’assemblea della comunità d’Israele immolerà l’agnello al tramonto (Es 12,6).

Celebriamo il mistero che ci costituisce comunità del Signore, appartenente a lui, il mistero che origina la nostra comunione: per questo siamo tutti insieme, radunati nello stesso luogo, «convenientes in unum» (cf. 1Cor 11,20).

In obbedienza al ritmo che nel giovedì santo mi porta a commentare alternativamente l’epistola (1Cor 11,23-32) e il vangelo (Gv 13,1-15), quest’anno sosterò soprattutto sul racconto della lavanda dei piedi, l’altro mistero di Cristo che celebriamo oltre a quello eucaristico. Questo però nella consapevolezza che i due segni, le due azioni di Gesù sono state anticipazione di un solo evento: il dono della sua vita al Padre e a noi uomini, la sua morte. Questa volta vorrei compiere la lettura del vangelo cercando il vero protagonista della lavanda dei piedi, azione che ci scandalizza e, nello stesso tempo, dovrebbe consolarci.

Per Gesù «è venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre» (Gv 13,1), e Gesù «sa che il Padre gli ha dato tutto nelle mani, che egli è venuto da Dio e a Dio ritorna» (Gv 13,3). Il quarto vangelo inizia il racconto della passione di Gesù ponendo il Padre come il termine senza il quale tutto ciò che Gesù e, fa e dice non ha consistenza: il Padre, questo termine che siamo costretti a usare perché non abbiamo un’altra parola che, per analogia, sia capace di esprimere l’origine, colui che origina e genera… Ma questa sera vorrei chiamare il Padre con un altro termine analogico: l’Amante, colui che ama, colui dal quale scaturisce l’Amore. Non lo invento, ma lo deduco dalle parole di Gesù: «Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa» (Gv 3,35).


 

Ecco chi è il Padre: innanzitutto lo scaturire dell’Amore, colui che nel suo Amore ha generato il Figlio, colui che ama Gesù uomo, quell’uomo che solo lui poteva darci, quell’uomo che l’umanità non avrebbe mai potuto generare, produrre. È questo Amore che sta dietro a Gesù e di cui Gesù si fa esegeta tra gli uomini (exeghésato: Gv 1,18), perché l’incarnazione, il farsi carne, sárx, della Parola di Dio, del lógos toû theoû (cf. Gv 1,14), è in vista della conoscenza, della narrazione dell’Amore. L’Amore generante ha inviato il Figlio nel mondo (cf. Gv 3,17.34; 4,34; 5,23.24.30.36.37.38; 6,29.38.39.44.57; 7,16.18.28.29.33; 8,16.18.26.29.42; 9,4; 10,36; 11,42; 12,44.45.49; 13,20; 14,24; 15,21; 16,5; 17,3.8.18.21.23.25; 20,21), e Gesù è consapevole di questo Amore che egli deve raccontare, testimoniare fino alla fine, per poi, attraverso il grido: «È compiuto (Gv 19,30), tutto ho realizzato!», fare ritorno all’Amore. Ecco perché, «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino all’estremo (eis télos)» (Gv 13,1), fino alla fine dei suoi giorni nel mondo, fino alla morte.

Sì, «Dio è Amore» (1Gv 4,8.16) e «nessuno l’ha mai visto» (Gv 1,18; cf. 1Gv 4,12) nella sua autenticità, nella sua pienezza, ma il Figlio ci ha raccontato, exeghésato, il Dio Amore. Questa è la nostra fede, la particolarità che rende il cristianesimo «altro», altro dallo stesso ebraismo veterotestamentario che ne è la radice. In quest’ottica noi possiamo leggere questa sera, dietro il racconto fornitoci da Gesù, chi è il nostro Dio, come agisce in noi il nostro Dio. Questa, del resto, è l’intenzione di tutto il quarto vangelo: leggere la vita e le azioni di Gesù, ascoltare le sue parole come eco del Padre, come racconto di Dio.

Questa dunque è l’epifania di Dio, dopo la quale i discepoli, se avessero fede, potrebbero dire: «Abbiamo visto il Padre» (cf. Gv 14,9). Ma i discepoli, come ancora noi oggi, fanno difficoltà ad assumere questa visione, restano dei giudei seguaci di Gesù, dei giudei cristianizzati, incapaci di dire a Gesù: «In te vediamo Dio!». Gesù allora fa un’azione precisa, anzi diverse azioni, espresse non a caso da sette verbi: si alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugamano, se lo cinge attorno alla vita, versa dell’acqua nel catino, lava i piedi dei discepoli e li asciuga (cf. Gv 13,4-5). Ecco cosa fa l’Amore, cosa fa Dio verso di noi: un Dio inginocchiato ai nostri piedi che lava i nostri piedi sporchi. È una liturgia della quale noi possiamo fare profezia, ma che avverrà realmente quando nella nostra morte staremo davanti a Dio: Dio, l’Amore che abbiamo tanto cercato e che abbiamo tentato di vivere, ci laverà i piedi…


 

Per questo Gesù afferma subito dopo: «Avete capito questa azione? È l’azione del Kýrios, del Signore, è l’azione di Dio che io, quale didáskalos che insegna, che fa segno a Dio, vi ho mostrato» (cf. Gv 13,12-13). Sì, Dio è talmente diversi dai nostri padri terreni, che questa parola non è adeguata a definirlo neppure per analogia. Per tale ragione preferisco parlare di Dio come dell’Amante, dell’Amore infinito e radicalmente gratuito che non si deve mai meritare. «Io, il Kýrios innanzitutto, poi anche il didáskalos, vi ho lavato i piedi» (cf. Gv 13,14), dice Gesù. Ecco la grande rivelazione di Gesù: Dio è colui che ci ama fino a lavarci i piedi!

Per questo noi dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri: «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri» (Gv 13,14). Dall’Amore di Dio, dall’Amore che è Dio scaturisce, dovrebbe scaturire, l’amore tra di noi che confessiamo, aderiamo, crediamo al Dio di Gesù Cristo. E qui, fratelli e sorelle, noi scopriamo la nostra miseria: non ci pieghiamo gli uni di fronte agli altri neanche con un inchino, tanto meno ci inginocchiamo di fronte all’altro, al fratello o alla sorella. Di conseguenza non laviamo i piedi dell’altro, ma guardiamo i suoi piedi per vederne la sporcizia, per giudicarlo. Non siamo nemmeno capaci di misericordia gli uni verso gli altri; anzi, se vediamo i piedi sporchi degli altri crediamo di avere noi i piedi puliti! E noi saremmo discepoli di Gesù, del Gesù che è Vangelo e del Vangelo che è Gesù? Dio è un termine troppo equivoco per gloriarcene, Gesù può essere molto amato da noi come «maestro ideale», come il Santo di cui ci siamo fatti il modello: ma il Dio di Gesù e Gesù stesso sono solo e soltanto ciò che c’è nel Vangelo, sono il Vangelo. I nostri piedi sono sporchi, e quanto più si è vissuto e camminato, tanto più sono sporchi. Forse gli altri non ce li lavano e noi non li laviamo loro, ma Gesù il Signore ci attende, nel nostro esodo da questo mondo all’Amore, per lavarceli.

Ecco ciò che questa sera viviamo come mistero di Cristo, nel segno della lavanda che chi presiede fa ai fratelli e alle sorelle. È solo un segno che dovrebbe essere memoria per il nostro vivere quotidiano. Vi confesso che l’unica domanda che mi faccio alla sera è: «Oggi ho lavato i piedi a chi ho incontrato?», e non sempre posso rispondere affermativamente. Guardiamo insieme a questo segno, nella fede e nella speranza che il Signore, quando saremo davanti a lui, ci laverà i piedi e ci introdurrà con lui nell’Amore senza fine.

ENZO BIANCHI

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