Memoria dei morti

Tecnica mista su tavola, 1960
WILLIAM CONGDON, Ecce homo
Bose, 2 novembre 2012
Omelia di ENZO BIANCHI
Com’è possibile che l’amore finisca, che incorra in una contraddizione, quando sappiamo che l’amore vuole per sua natura essere eterno e si dichiara sempre legato all’eternità, al “per sempre”?

Bose, 2 novembre 2012

Omelia di ENZO BIANCHI

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La memoria di oggi è la memoria veritiera, profonda della vita sulla terra. Ogni creatura terrestre nasce, viene al mondo, vive e poi muore. Questo avviene in ritmi diversi, che possono essere epoche o pochissimi giorni, registrati nel tempo, nel chrónos che scorre, ma questo avviene attraverso la fine, attraverso la morte.

L’uomo, che è immerso in questo oceano di vita e dunque di morte, vive però l’evento della morte non solo nella fatica che accompagna il mestiere di vivere, ma lo vive come enigma, come ingiustizia, come non senso, e lo vive in un grande dolore. Morire è doloroso e dentro di noi la memoria mortis, che si fa più compulsiva nella vecchiaia, genera a volte smarrimento, a volte grandi dubbi, a volte rivolta. Ed è proprio l’amore che noi viviamo a rendere difficile questo trapasso, questo esodo, e di conseguenza questo abbandono di chi e di cosa amiamo. L’amore come legame, l’amore come relazione rende la nostra morte difficile e dolorosa. Quando ci accade di amare qualcuno – o anche qualcosa – come noi stessi, la morte diventa veramente più faticosa perché significa umanamente la fine del vivere l’amore. Com’è possibile che l’amore finisca, che incorra in una contraddizione, quando sappiamo che l’amore vuole per sua natura essere eterno e si dichiara sempre legato all’eternità, al “per sempre”?

Sì, è di fronte a questa domanda che la fede cristiana, dono che viene da Dio, ci può fornire non una conoscenza, non una certezza, ma una convinzione: l’amore merita la vita eterna. Sono convinto che l’unica volta che possiamo parlare di merito all’interno dello spazio cristiano lo dobbiamo fare: solo l’amore può vantare dei meriti e l’amore merita la vita eterna. Questa non è una certezza, non è un’acquisizione, è una speranza, e una speranza originata da quella fede che ci porta a credere che è volontà di Dio la nostra salvezza. Abbiamo ascoltato Gesù che lo ridice in questa pagina del quarto vangelo. Ma questa volontà di Dio, il Dio che vuole la salvezza di tutti noi, la troviamo espressamente in tutte le Scritture: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4), e salvati significa sempre salvati dalla morte, perché non c’è salvezza se non dalla morte.


 

Gesù nell’annunciare questa volontà del Padre ci rivela anche, o meglio ci spiega, che “chiunque vede il Figlio e crede in lui ha la vita eterna”, chiunque, ogni uomo che vede il Figlio. Questa però non è una visione teologico-dogmatica: vedere il Figlio significa vedere Gesù in Dio e Dio in Gesù, significa riconoscere Gesù come l’“exeghésato” (Gv 1,18) di Dio, significa vedere l’uomo Gesù, l’uomo vero, il vero Adamo venuto dopo (cf. 1Cor 15,45) ma in Dio fin dall’in-principio. Chiunque vede quest’uomo e vi aderisce ha la vita eterna. La nostra vita è una trama di incontri, di relazioni, di affetti vissuti, corrisposti, non corrisposti e non accolti, ma ciò che resta dei fili di questa trama è il vedere l’uomo, l’uomo autentico come Dio l’ha voluto, creato e amato (cf. Col 1,15-17), e aderire a lui, cioè renderlo ispirante per la nostra vita quotidiana. Per tutti c’è un unico cammino di salvezza, per tutti c’è una vittoria sulla morte e una vita eterna che si ha quando si vede quest’uomo – “Ecce homo!” (Gv 19,5) – e si aderisce a lui.

In questo c’è anche una comunione tra i vivi e i morti, quella comunione che è possibile credere e sperimentare solo in Gesù risorto, colui che ci ha narrato Dio, colui che per noi è il Dio che vuole la salvezza. 

ENZO BIANCHI

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