E noi suonavamo le nostre campane

Io ero impressionato dalla sua fede, la sua convinzione, la sua forza d’animo... mentre la perpetua contribuiva con scongiuri più “popolari”, come il bruciare rami di ulivo benedetti. E così, il più delle volte la grandine era scongiurata: il mio parroco, don Montrucchio, aveva fama nella zona di essere uno dei preti più efficaci in queste suppliche e io attribuivo questo suo potere alla sua preghiera intensa, alla sua ricca umanità, al suo sapersi fare carico morale e materiale dei cristiani a lui affidati. Mi appariva davvero come un amico di Dio e allora, mi dicevo, come potrebbe un amico negare un favore all’amico?

E come dimenticare le “orationes diversae” che tutti, grandi e piccoli, conoscevamo a memoria? C’era quella per ottenere la pioggia, che invocava Dio “in quo vivimus, movemur et sumus” per ottenere contro la siccità una “pluviam congruentem”; quella per il sereno, che chiedeva sole sul mondo e che osava dire che se il Signore faceva cessare le piogge torrenziali ci avrebbe mostrato il sorriso del suo volto (“hilaritatem vultus tui”); poi quella contro la tempesta, la grandine, il nemico terribile dei campi di grano maturo e delle vigne: se si abbatte sui filari li spoglia completamente lasciando uno spettacolo di tremenda desolazione che provoca pianto e disperazione. A quei tempi non esistevano assicurazioni contro queste calamità, né razzi antigrandine, né reti di protezione: nella mia infanzia del dopoguerra, la grandine sui grappoli pronti per la vendemmia significava letteralmente la fame. Solo il parroco e il suono di tutte le campane avevano qualche potere contro quella calamità.

Sì, fino all’inizio di ottobre, quando finiva la vendemmia, interi paesi vivevano così con quell’ansioso interesse per il “tempo che fa”, tanto diverso dalla curiosità un po’ frivola dei nostri giorni. Ieri era Dio colui in cui si aveva fede e fiducia, oggi sembra essere la meteorologia... Cos’è meglio, più umano e più bello? Da parte mia, su questo non ho dubbi.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: La Stampa