Nelle vigne l'amore per la vita

Ma quando, dopo aver tutto soppesato, il tempo è compiuto e la decisione è presa, ecco che tutta la famiglia, i parenti, a volte anche gli amici che non possiedono vigne loro, sono convocati per vivere la vendemmia, che è rito prima ancora che lavoro: vera celebrazione sui pendii delle colline, celebrazione alimentata da canti che coprono il suono ossessivo della pinza che con maestria taglia i grappoli. Sì, un tempo si era davvero tutti nelle vigne, e anche i bambini facevano la loro parte con estrema naturalezza, imparando come per gioco quello che sarebbe diventato un mestiere per la vita. E carri trainati dai buoi, con le bigonce cariche di uva si incrociavano per le strade che conducevano alle varie cascine o verso la cantina sociale.

A volte scarsa, a volte abbondante, raccolta con il nuvolo oppure assolata, la vendemmia poneva fine alle attese, alle ansie, ai timori. Il silenzio della “brutta stagione” che fa stare in casa invadeva il giorno e sembrava vincerlo, un silenzio abitato non da parole, ma da un odore intenso, quello del mosto e delle vinacce che saliva dalle cantine e si diffondeva per tutta la valle, inondandola di profumo: era il profumo del vino in gestazione che cantava nel silenzio.

Le vigne, dal canto loro, spogliate dei grappoli maturi, non rinunciavano per questo a narrare il loro amore per la terra e per l’uomo che le aveva sapientemente accudite; così si vestivano a festa, riprendendosi i colori che la tavolozza di un pittore impressionista aveva preso a prestito da loro: le foglie giallo paglierino del moscato, quelle rosso paonazzo del brachetto, le viola del dolcetto, quelle verde antico del barbera... Inutile cercare di descrivere una vigna a fine ottobre, così cangiante al sole o all’ombra, mutevole tra le nebbioline autunnali e le nubi incombenti: certo, in autunno le foglie sono più belle dei fiori.

Pubblicato su: La Stampa