Sono ciò che ho: il tarlo dell'avere

Avarizia, cupidigia, attaccamento ai beni e al denaro generano una sorta di identificazione con ciò che si possiede, al punto che perdere qualcosa dei propri averi equivale a perdere qualcosa di se stessi. Chi è preda di questa malattia giunge fino a considerare la dimensione dell’avere come prevalente su quella dell’essere: “sono ciò che ho” è il suo tragico motto. Se non si lotta contro tale ossessione, essa perverte i nostri desideri, mai soddisfatti, sempre più prepotenti e seducenti; questi fantasmi finiscono per possedere il nostro cuore, gli impediscono la pace e la gioia, lo conducono alle soglie della depressione: “al mare non mancheranno mai le onde, né all’avaro l’ira e la tristezza”, sintetizzava Giovanni Climaco già nel VI secolo.

Oggi questa voracità di denaro e di beni seduci tanti uomini, al punto che in occidente è avvertita come una malattia profonda della società stessa perché siamo diventati preda di un’ideologia che vuole assicurarci, garantirci il futuro: regna una paura del domani, che chiede di accumulare beni e denaro per far fronte alle incertezze, alle possibili malattie, all’eventuale solitudine, alla debolezza che abbisogna di aiuto altrui. L’insicurezza del domani appare compensata dai beni posseduti e così si scatena una bulimia dell’avere. Ancora Evagrio dipinge con sorprendente attualità le ansie connesse all’avarizia: “L’avarizia fa intravedere una vecchiaia lunga, la debolezza delle braccia nel compiere lavori, la possibilità della fame e di future malattie, le sofferenze dovute alla povertà, e fa intravedere quanto sarà avvilente ricevere dagli altri ciò che dovrà servire alle proprie necessità”.

Pubblicato su: La Stampa