Sono ciò che ho: il tarlo dell'avere

A ben vedere, l’avarizia, oltre a essere un insulto fatto ai poveri che non possiedono nulla, è anche una violenza fatta alla terra stessa, che in nome di questa brama del “mai abbastanza” è sfruttata e violentata… L’aveva già compreso Alano di Lilla, un monaco cistercense medioevale, quando affermava: “Uomo, ascolta che cosa dicono contro di te gli elementi della natura, ma soprattutto la terra che è tua madre: ‘Perché offendi me, tua madre? Perché fai violenza a me che ti ho partorito dalle mie viscere? Perché mi violenti con l’aratro, per farmi rendere il centuplo? Non ti bastano le cose che ti do, senza che tu le estragga con la violenza?’ ”. Parole che sentiamo contemporanee nei nostri tempi di globalizzazione, di impero del dio mercato, di sfruttamento di una terra sempre più esausta…

Il cuore di ogni uomo può infatti conoscere questa malattia del ripiegamento, della fissazione sull’avere che impedisce la comunicazione, lo scambio, la capacità di donare e di ricevere. Chi è posseduto dall’avarizia pone nei beni il suo cuore e così lo sottrae allo spazio vero dell’amore: l’incontro e la comunione con i fratelli e le sorelle in umanità. Questo vizio mina allora i rapporti con gli altri: l’avaro si isola, non solo perché non condivide, ma perché accumula nella volontà di non dipendere da nessuno. E così si finisce per mettere la propria fiducia nel possedere, nell’accumulare. Non è significativo che nel nostro linguaggio vi siano espressioni come “credere negli investimenti”, “avere fiducia nel mercato”? Per il cristiano, aver “fede” nel denaro, nei beni, nella “roba” è idolatria perché significa sostituire la fede nel Signore con una fede nella ricchezza. Ma anche a livello umano l’avarizia è comunque alienazione, è una barbarie asociale che ricerca un domani egoistico e garantito, in cui gli altri sono esclusi di fatto dall’orizzonte. L’avaro è condannato a faticare per accumulare, ad aver paura nel conservare, a soffrire nel perdere: ecco la sua infelicità.

Pubblicato su: La Stampa