Nei giorni dell'ira si spegne l'uomo

Per descrivere la collera, la sapienza dei padri del deserto ricorre a immagini eloquenti – “vapori nebbiosi”, “nuvole che oscurano il cuore” – che mostrano come l’ira sia annebbiamento dello sguardo sulle persone e sulle cose, perdita del controllo di sé, una sorta di nuvola oscura che infittisce il cuore, rende oppressi e toglie il discernimento, cioè la capacità di valutare in modo veritiero ed equilibrato. Scrive Evagrio: “Chi è mite è una fonte quieta, che offre a tutti una bevanda gradevole, ma la mente del collerico è sempre turbata e non offre da bere se non acqua intorbidita e cattiva. Il collerico ha occhi torbidi, iniettati di sangue, messaggeri di un cuore turbato”. È un’esperienza che conosciamo bene: la reazione del collerico è sempre sproporzionata rispetto al contesto in cui esplode, e lui stesso non riesce a controllarla, al punto che questo sentimento può a volte innescare prima violenza verbale, poi violenza fisica.

Uno strumento elementare di lotta contro la collera è costituito dalla capacità di abitare il silenzio e la solitudine in modo profondo e intelligente, consentendo loro di divenire spazio per placare i nostri fantasmi interiori; la solitudine e il silenzio sono necessari per lottare contro le compulsioni del falso “io”, che, sempre minacciato dalla possibilità dell’insuccesso e della non affermazione sugli altri, si apre alla collera. Solo chi sa stare in silenzio e in solitudine a lungo, sarà anche capace di spegnere la collera che lo abita. La presa di distanza da ciò che si fa, dall’ambiente in cui si vive e da quelli che solitamente ci sono accanto, è un occasione per ritrovare la pace, per far tacere la collera che tende a diventare una presenza nascosta e costante, una rabbia che si accumula e ci dà un volto, un modo di fare che certo non suscita simpatia in chi ci circonda: “infatti le conseguenze della collera sono sempre più gravi della cause che la ispirano”, osservava Marco Aurelio.

Pubblicato su: La Stampa