Nei giorni dell'ira si spegne l'uomo

Più in profondità, però, per sconfiggere la collera occorre la capacità di porsi una semplice ma decisiva domanda: chi è l’altro per me? È una persona con cui entrare in relazione, di cui essere custode, oppure è qualcuno da dominare a mio piacimento, fino a negare la sua stessa esistenza? Il grande Seneca consigliava: “Mettiti al posto di chi ti fa adirare e vedrai che è una falsa valutazione di te stesso a renderti collerico, cioè il non volere subire cose che vorresti fare”.

Concretamente, si tratta di giungere ad assumere comportamenti improntati a dolcezza e mitezza: esercitarsi alla mansuetudine per noi comporta almeno la necessità di porre un limite all’ira che ci assale, in modo da evitare di giungere a parole o ad atti che possano ferire chi ci è accanto. I padri del deserto dicevano che “se è possibile, bisogna impedire che la collera penetri fino al cuore; se vi è già, fare in modo che non si manifesti nel viso; se vi si mostra, custodire la propria lingua per cercare di preservarla; se è già sulle labbra, impedire di passare negli atti, e vegliare per eliminarla al più presto dal cuore”. È proprio qui che si situa quella capacità di pazienza, di sentire in grande, che per l’uomo è l’arte di convivere con l’imperfezione e l’inadeguatezza presente in sé, negli altri e nella realtà; pazienza che significa anche sopportare, cioè sup-portare, sostenere gli altri nelle loro debolezze, che prima o poi sono anche le nostre.

Enzo Bianchi

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ENZO BIANCHI
 
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Pubblicato su: La Stampa