Senza un luogo nè memoria

Chi è malato di acedia, nel desiderio di fuggire da se stesso, non sa concentrarsi, non sa prendere le cose sul serio, non sa andare fino in fondo né portare a compimento ciò che intraprende, non sa essere “qui e ora”, ma sogna sempre di essere altrove. In radice l’acedia è dunque incapacità di perseverare, di dedicarsi, di avere cura. Come non discernere questa vera e propria malattia in molti ragazzi o giovani che faticano ad alzarsi al mattino, non riescono a portare a termine gli studi, non assumono con responsabilità un lavoro, non hanno passioni né forti interessi, praticano un nomadismo spento, che non insegna loro nulla né li soddisfa? Non è neanche un vivere alla giornata, ma all’istante o, peggio, un vegetare anziché vivere.

Dietrich Bonhoeffer nelle sue lettere dal carcere, parlava di questo male come di “perdita della ‘memoria morale’: non è forse questo il motivo dello sfaldarsi di tutti i vincoli, dell’amore, del matrimonio, dell’amicizia, della fedeltà? Niente si radica, niente permane. Tutto è a breve termine, tutto ha breve respiro. Ma beni come la giustizia, la verità, la bellezza e, in generale, tutte le grandi opere, richiedono tempo, stabilità, ‘memoria’, altrimenti degenerano. Chi non è disposto a portare la responsabilità di un passato e a dare forma a un futuro, costui è uno ‘smemorato’, e io non so come si possa toccare nel vivo, affrontare, far riflettere, una persona simile». Chi è preda di tale malattia sogna sempre dio fare qualcosa di nuovo, magari di fare il bene solo perché si limita a intraprendere delle cose buone, ma in realtà cerca solo di distrarsi e non riesce a perseverare né ad assumersi responsabilità: Giovanni Climaco, notando come chi ne era afflitto mancasse di profondità, di stabilità, di resistenza, l’ha chiamata paresis psyches, “paralisi dell’anima”.

Pubblicato su: La Stampa