Senza un luogo nè memoria

L’acedia differisce dalla malattia sorella della tristezza per il fatto che non trae origine da una motivazione precisa o concreta: è una pulsione di morte che ispira all’uomo la stanchezza e il disgusto per la vita intesa nella sua totalità. L’acedia fa crollare l’edificio della propria persona e, in particolare, provoca un’enorme insofferenza verso lo spazio in cui si vive, a partire da quello del proprio corpo: non si sa più dove mettersi, si vorrebbe cambiare pelle. La reazione tipica all’insorgere dell’acedia consiste nel desiderio di fuggire dal luogo in cui abitualmente si vive, di mutare il proprio stato di vita; ci si sente rinchiusi nella propria esistenza come in una sorta di prigione, come in un tempo intermedio drammaticamente privo di sbocchi.

Nel quotidiano sorgono indifferenza, noia, disgusto per tutto ciò che si fa, compreso lo sforzo spirituale, che appare sterile e inutile. La domanda più frequente è: “Chi me lo fa fare? Ne vale la pena?”. Davvero l’acedia porta a conoscere una sorta di inferno: le relazioni divengono frustranti, dove si era figli ci si sente schiavi, l’amore di un tempo appare una trappola; eppure, paradossalmente, in questa situazione si pretende di avere una chiarezza su di sé mai conosciuta in precedenza. Va anche detto che l’acedia attacca più facilmente chi ha l’animo piccolo e gli orizzonti ristretti, chi vive in un mondo per così dire lillipuziano, e, di conseguenza, è incapace di nutrire interessi ampi, di esercitarsi al dialogo con gli altri che dà sapore alla vita. Una particolare forma assunta da questo “demone di mezzogiorno” è poi quella che coglie l’uomo a metà del cammino della sua vita, la cosiddetta “crisi dell’età di mezzo” o dei quarant’anni, l’ora in cui si è portati a rimettere in discussione tutta la propria esistenza e la vita sembra una prigione. È in quel momento che occorre più che mai passare dagli idoli dell’avere e del fare alla realtà dell’essere o, come si esprimeva Jung, dalla prospettiva dell’affermazione dell’io alla sua «relativizzazione e integrazione nell’archetipo della totalità, il sé».

Pubblicato su: La Stampa