Orgoglio: e l'io diventa un idolo

Lucida e attualissima analisi, che mostra come la superbia sia un’ipertrofia dell’io, una patologia che conduce a perdere il senso del limite, a esaltare smisuratamente se stessi e a denigrare gli altri: con ragione si è potuto affermare che “il più grande ostacolo all’amore non è l’egoismo, ma la superbia”. Chi è schiavo dell’orgoglio si auto-stima fino all’idolatria, si crede causa della proprie buone azioni, fino a ritenersi buono, è incapace di fiducia nella vita e negli altri, impossibilitato ad aderire alla realtà in quanto difforme dai propri sogni e miti di grandezza. L’orgoglioso si sostituisce – per così dire – a Dio, da creatura si fa Creatore; di conseguenza, rinnega nei fatti la propria umanità e finisce per non riconoscerla in chi gli sta accanto. Così vuole sempre aver ragione e non riconosce mai di aver sbagliato; non sopporta osservazioni critiche perché solo i complimenti, i riconoscimenti, gli applausi, l’adulazione gli sono graditi. L’orgoglioso si vanta, millanta credito, non sa parlare di altro che di se stesso, pretende di essere sempre al centro della conversazione e non sopporta l’idea che altri siano come lui, perché li considera “massa”, incapaci di soggettività e di pensiero autonomo. L’orgoglioso non ha un vero rapporto con l’altro e nemmeno con Dio: ogni sua relazione è rapporto con se stesso e proietta la sua immagine in Dio, al punto che quando pensa a Dio, pensa a se stesso.

Pubblicato su: La Stampa