Orgoglio: e l'io diventa un idolo

Bronzo cm 57 x 23 x 27  - CER MI  1935
ARTURO MARTINI, Ulisse
La Stampa, 13 gennaio 2008
di ENZO BIANCHI
Una persona che fa di se stesso e della propria immagine l’unico fine

La Stampa, 13 gennaio 2008

Eccoci al termine del nostro itinerario nei “pensieri malvagi”: un percorso attraverso i “vizi capitali” che si è rivelato un ripensamento sul nostro rapporto con la complessa realtà di cui siamo fatti e che ci circonda: il cibo e il corpo, lo spazio e il tempo, le cose e gli altri, il nostro agire. L’ultimo “pensiero”, la hyperefanía (lett.: “sovra-manifestazione”, da cui la nostra super-bia) l’orgoglio, è una patologia che i padri della chiesa consideravano sì l’ultima contro la quale dobbiamo combattere e per questo la collocavano alla fine della lista dei vizi, ma al contempo la giudicavano la prima per origine e in ordine di tempo e la leggevano come patologia del rapporto con Dio. L’orgoglio, inoltre, è strettamente legato alla vanagloria, tanto che la tradizione spirituale ha esitato a lungo a trattare separatamente queste due passioni, e, in ogni caso, le ha sempre poste in relazione diretta: “la vanagloria – scriveva Giovanni Climaco – quando è giunta a piena maturazione, genera l’orgoglio, autore e perfezionatore di tutti i mali”.


Secondo Gregorio Magno la superbia-orgoglio è “la regina dei vizi ... la radice di ogni male” che si manifesta in quattro modi: “Quando si pensa che il bene derivi da noi stessi; quando si crede che, se ci viene dato dall’alto, è per i nostri meriti; quando ci si vanta di avere quello che non si ha; quando, disprezzando gli altri, si aspira ad apparire gli unici dotati di determinate qualità”. Sempre attingendo al grande padre latino, vale la pena soffermarsi un istante anche sul fatto che l’orgoglio si situa tra l’insopportabile e il ridicolo: “Tutto ciò che fanno gli altri, anche se è fatto bene, non piace all’orgoglioso; gli piace solo ciò che fa lui, anche se è fatto male. Disprezza sempre le azioni degli altri e ammira sempre le proprie, perché, qualunque cosa faccia, crede d’aver fatto una cosa speciale e, in ciò che fa, pensa per bramosia di gloria al proprio tornaconto; crede di essere in tutto superiore agli altri, e mentre va rimuginando i suoi pensieri su di sé, tacitamente proclama le proprie lodi. Qualche volta poi è talmente infatuato di sé che, quando si gonfia, si lascia pure andare a discorsi esibizionisti”.


Lucida e attualissima analisi, che mostra come la superbia sia un’ipertrofia dell’io, una patologia che conduce a perdere il senso del limite, a esaltare smisuratamente se stessi e a denigrare gli altri: con ragione si è potuto affermare che “il più grande ostacolo all’amore non è l’egoismo, ma la superbia”. Chi è schiavo dell’orgoglio si auto-stima fino all’idolatria, si crede causa della proprie buone azioni, fino a ritenersi buono, è incapace di fiducia nella vita e negli altri, impossibilitato ad aderire alla realtà in quanto difforme dai propri sogni e miti di grandezza. L’orgoglioso si sostituisce – per così dire – a Dio, da creatura si fa Creatore; di conseguenza, rinnega nei fatti la propria umanità e finisce per non riconoscerla in chi gli sta accanto. Così vuole sempre aver ragione e non riconosce mai di aver sbagliato; non sopporta osservazioni critiche perché solo i complimenti, i riconoscimenti, gli applausi, l’adulazione gli sono graditi. L’orgoglioso si vanta, millanta credito, non sa parlare di altro che di se stesso, pretende di essere sempre al centro della conversazione e non sopporta l’idea che altri siano come lui, perché li considera “massa”, incapaci di soggettività e di pensiero autonomo. L’orgoglioso non ha un vero rapporto con l’altro e nemmeno con Dio: ogni sua relazione è rapporto con se stesso e proietta la sua immagine in Dio, al punto che quando pensa a Dio, pensa a se stesso.


Quello dell’orgoglio è il terreno in cui prospera l’io idealista, il quale vive di grandi ideali, tanto più grandi quanto più ideali, mentre prescinde da ogni riferimento alla realtà. E quanto più si sogna di sé, tanto più si è frustrati dalla mancanza di seguito altrui, al punto che, se non si riesce a realizzare il proprio progetto, con una reazione infantile si attribuisce la colpa sempre e solo all’ottusità altrui. Insomma, chi è preda dell’orgoglio non sa o non si vuole stare al proprio posto! Si comprende dunque come l’orgoglio sia in buona sostanza una forma patologica di hýbris, di tracotanza, proprio di chi rifiuta di fare i conti con le debolezze e le ombre che lo abitano, di riconoscersi come una povera e fragile creatura. Se non si contrasta con decisione tale passione, il rischio è quello di cadere in forme di malattia psichica, di vera e propria follia, complice una logica che si nutre di volontarismo e di ricerca dei meriti di fronte agli altri e a Dio; siamo infatti molto più «uniti» di quanto pensiamo, e tutti gli errori di spiritualità prima o poi si manifestano anche a livello somatico, fino a divenire vere e proprie malattie psichiche.


Ma questa patologia personale, diventa anche un male sociale, un morbo che appesta la convivenza civile. Nella nostra cultura che si nutre di potere e di dominio, di sovraesposizione in vista del successo, della cura dell’immagine, l’io diventa facilmente idolo. C’è una pretesa dell’io che vede tutto e tutti ordinati a sé, c’è una ricerca della propria gloria che misconosce la grandezza e la dignità degli altri, c’è un appetito di potere che richiede inarrestabili ascese e rende irrilevante il fatto che questo si ottenga attraverso il disprezzo e la violazione dei diritti altrui: come possono, infatti, esistere gli altri con i loro diritti se si vede solo il proprio io? La cultura attuale si nutre di concorrenzialità, dell’individualismo sfrenato che vede nell’altro un ostacolo o un rivale. Se la libido dominandi non è frenata, se non si confronta con un limite, diventa un idolo, il più devastante a livello sociale e politico. Secondo Julia Kristeva questa è la forma culminante del narcisismo e porta l’individuo o il soggetto politico o istituzionale a guardare a se stesso come a Dio: l’esito politico è il potere totalitario, dittatoriale.


Una persona che fa di se stesso e della propria immagine l’unico fine, che si ritiene depositario dell’unico e vero bene sociale per tutti, e che per questo lo vuole imporre a tutti, diventa liberticida. Non a caso una società come la nostra, in condizione di instabilità e di crisi, carente di ideali comunitari, sfilacciata nel suo tessuto sociale, in perdita di fiducia nelle istituzioni, depauperata di principi etici e morali, vede sorgere il culto della personalità, fa crescere la spettacolarizzazione di ogni potere. Si prepara così il terreno propizio a soluzione politiche in cui il grande timoniere, l’unto, l’eletto, il salvatore della tradizione e della morale si profila all’orizzonte come necessario e augurabile. Anche oggi, purtroppo, c’è sempre qualcuno che aspetta di sentirsi vocato a prendere il posto di Dio.

Di fronte all’attrazione fatale di questo “vertice” dei vizi capitali, come di fronte a tutti quei “pensieri malvagi” che diventano comportamenti patologici, non ci resta che ingaggiare una lotta spirituale nello spazio della libertà e dell’amore, per imparare l’arte della resistenza alla disumanizzazione e alla barbarie. Avere un cuore unificato, un cuore puro, sensibile e capace di discernimento, un cuore che custodisce e genera pensieri d’amore: ecco lo scopo del combattimento spirituale, questa arte appassionante: lotta anti-idolatrica che ci rende liberi in profondità così da vivere in autentica relazione con gli esseri umani e le cose tutte perché la nostra vita sia un capolavoro.

Enzo Bianchi

Presso le nostre edizioni Qiqajon:

ENZO BIANCHI
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