...ma liberaci dal male

Ma questi capitoli della Genesi – testi sapienziali e non storici – vogliono essere racconti “dell’inizio” che proiettano ai primordi dell’umanità non ciò che è cronologicamente originario, ma ciò che è umanamente basilare, archetipo costante nell’umanità. Aliena dal testo biblico è l’idea che il peccato dia origine alla storia, perché solo l’amore di Dio che crea e vuole l’altro da sé è all’origine della storia. Questi testi affermano con forza che l’uomo non è frutto del caso e/o della necessità, ma della libertà di Dio e del suo amore, dicono che l’uomo è preceduto da Dio e che è destinato a Dio, affermano con il loro valore antropologico che non il male e il peccato sono l’ultima parola della storia umana, bensì la promessa di Dio insita nella sua volontà creatrice.

Tuttavia i primi capitoli della Genesi ci dicono anche che c’è nella creazione una presenza – il “serpente” – una dominante capace di sedurre l’umanità: non è una persona anzi, è una non-persona, l’anti-persona; è una dominante che agisce “tra” gli esseri umani e la realtà come rovina, divisione, disintegrazione: una potenza senza volto che si mostra efficace nel cuore degli uomini. Questa potenza è in grado di stravolgere le parole di Dio all’umanità e promette che mangiando dell’albero vietato non si morirà (cf. Gen 3,4). Ecco allora nascere la paura della morte che diventa il movente profondo della tentazione: il Maligno fa una promessa illusoria ma potente e seducente che dischiude la possibilità di vittoria sulla morte nella via della autoaffermazione, del possesso, dell’accaparramento, della voracità, del consumo. Così l’uomo e la donna compiono un itinerario che va dalla non accettazione del limite – mangiare i frutti di tutti gli alberi eccetto uno – alla paura della morte fino alla elaborazione di una contro-verità in cui il desiderio di vita, di immortalità, di onnipotenza produce una nuova visione del mondo: il mondo appare preda, oggetto da carpire, da possedere, da dominare.

Pubblicato su: Avvenire