Emergenza civiltà

In questo senso la presenza di stranieri nel nostro paese e, in particolare quella di gruppi etnici o religiosi marcatamente “altri” rispetto alla maggioranza, non è tanto una minaccia alla situazione esistente quanto un’occasione preziosa per verificare cosa davvero conta per noi nelle nostre vite e quale prezzo siamo disposti a pagare per ciò in cui crediamo. Del resto ci sono nodi che è inutile fingere di ignorare, quasi che rimuovendo il problema lo si risolva: come dimenticare, per esempio, che solo qualche anno fa vi era chi auspicava di favorire l’immigrazione da paesi di tradizione cristiana piuttosto che musulmana pensando così di facilitare ipso facto l’integrazione dei nuovi arrivati? I gravissimi episodi di intolleranza e xenofobia nei confronti di zingari e romeni – in maggioranza di religione cristiana – dimostrano purtroppo la miopia di tale auspicio: i problemi erano e sono di altro tipo.

Anche per quanti si richiamano al cristianesimo la situazione drammatica di queste ultime settimane dovrebbe costituire un campanello di allarme: che cultura, che etica della vita si vuole comunicare e si riesce a trasmettere? Che ne è dell’attenzione al povero, allo straniero, alla vedova e all’orfano – cioè alle categorie che non avevano diritti ed erano indifesi alla mercé dei più forti? Che ne è dell’esempio delle prime comunità cristiane in cui si tendeva a che non ci fosse “nessun bisognoso” grazie alla condivisione, né si ammettevano discriminazioni nell’appartenenza tra giudeo o greco, uomo o donna, schiavo o libero? Che ne è delle parole di Gesù sull’amore per i nemici, sul perdono, sulla misericordia; o delle esortazioni dell’apostolo Paolo a “non rendere a nessuno male per male”, a “vincere il male con il bene”, a “cercare sempre il bene tra voi e con tutti”?

Pubblicato su: La Stampa