Cristiani non si nasce ma si diventa

Questa lettura può apparire paradossale, se si considera che Gesù nel vangelo secondo Matteo afferma con forza: «Non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo» (Mt 23,9). Tuttavia questo detto non va inteso in senso letteralistico, bensì compreso in profondità: la fonte di ogni paternità è Dio e ogni paternità umana, inclusa quella spirituale, discende da lui, è donata per partecipazione alla sua. In questo senso è possibile scorgere la maternità e la paternità spirituale in credenti che non se la arrogano indebitamente, ma ne sono testimoni tra i fratelli per dono esclusivo di Dio; in persone che, come Giovanni il Battista, conducono altri a Cristo e poi escono di scena, pronte a diminuire affinché Cristo cresca (cf. Gv 3,30). È così che lo stesso Paolo, che più di ogni altro chiama in causa il rapporto di paternità spirituale nei confronti dei suoi discepoli, non è un trasgressore delle parole di Gesù: la trasmissione del Vangelo di Dio e di Gesù Cristo costituisce il metro oggettivo e determinante delle relazioni tra Paolo e i suoi figli spirituali: “E sapete anche che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi” (1Ts 2,7-8.11-12).

Paolo diventa così il modello emblematico del padre spirituale, reso padre dalla fecondità del Vangelo, della Parola che per primo ha accolto in sé come seme e fonte di vita. Solo da questo essere radicato nel Vangelo discende la sua capacità di chiamare altri a una nuova nascita, di destarli alla vita secondo Dio: ecco il «senso nascosto» ravvisato da Origene in 1Cor 4,15: “Anche se aveste mille maestri, non avete però molti padri; io vi ho generato”. Nessun protagonismo deve dunque animare il padre spirituale, ma la chiara consapevolezza che egli è chiamato ad essere una sequentia sancti Evangelii, un brano vivente di Vangelo per i suoi figli. Questo comporta una dura lotta, una fatica: «O figli miei, che di nuovo partorisco nel dolore, finché non sia formato Cristo in voi» (Gal 4,19). Ecco lo statuto paradossale della paternità spirituale: il padre soffre per una gestazione di Cristo che spetta al figlio condurre. Ma prima o poi viene il giorno in cui il parto si compie: quando il figlio diviene «un uomo maturo, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,13), allora il padre deve farsi umilmente da parte. Il suo compito è terminato: da quel momento sarà Cristo, il terzo in ogni relazione di paternità spirituale, a guidare in prima persona il figlio, a condurlo nel cammino della vita.

Pubblicato su: Osservatore Romano