Un sinodo per camminare insieme

 

Alla vigilia del sinodo alcuni temevano una regressione rispetto al concilio o un ripiegamento su una nuova forma di devozionismo legata a un approccio soltanto pio alla bibbia. Invece si è potuto constatare come, quarant’anni dopo il Vaticano II, c’è stata una ricezione della proposizione della parola di Dio nella chiesa, del suo primato e della sua centralità. Certo, molto resta da fare, si possono leggere inadempienze e ritardi, ma né il papa né la maggioranza dei vescovi hanno nostalgie di un tempo passato, anzi, va riconosciuto che Benedetto XVI su questo tema precede di molto la maggioranza dei vescovi: basterebbe ricordare qui il suo commento, certamente il più profondo, sul testo conciliare riguardante la parola di Dio.
Non nego che rispetto alla passione pastorale testimoniata da tutti i vescovi, alcuni interventi di rappresentanti dei movimenti sono risultati stonati, con la loro insistenza a dare testimonianza su se stessi piuttosto che guardare ai bisogni della chiesa universale. E resta ancora migliorabile l’organizzazione di un’assise così vasta e complessa, in modo da favorire ulteriormente il confronto ed evitare ripetizioni o dispersioni, ma è innegabile che il sinodo si sia rivelato un luogo di ascolto reciproco, uno spazio in cui tutti – alcuni anche a più riprese – hanno potuto intervenire e un’esperienza di universalità della chiesa e di rara multiculturalità. Sì, si possono anche riscontrare alcune insufficienze, ma non è facile trovare altrove spazi di dialogo fecondo sulle “gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi” che sono, come ha ricordato con forza il concilio, “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: La Stampa