Le radici di un culto

Di fronte a una simile morte riservata a Gesù i discepoli, che erano ebrei, provarono innanzitutto un forte scandalo: un condannato dall’autorità religiosa legittima, quella del sommo sacerdote, un suppliziato dai romani come nocivo alla comunità politica non appariva neppure come martire! Paolo, il nemico della nascente comunità cristiana, anche dopo la sua conversione a Cristo mantenne vivo in sé il ricordo di tale sentimento. Per questo da credente cristiano in Gesù come suo Kýrios, Signore risorto e vivente, egli dirà che la croce è scandalo per i giudei, gli uomini religiosi che per credere hanno bisogno dei miracoli, e follia per le genti, gli intellettuali che pretendono discorsi culturali; ma nello stesso tempo proprio la croce è parola – «la parola della croce» (ho lógos ho toû stauroû), secondo la forte espressione coniata da Paolo –, è la sapienza e la potenza di Dio (cf. 1Cor 1,22-29).
Dunque la croce, la sua logica, il suo significato marcano l’esperienza cristiana, e i cristiani sono chiamati non solo a ricordarla, ma anche a non «svuotarla», come ripete a più riprese lo stesso apostolo Paolo. Fin dal giorno della resurrezione di Gesù, di cui i discepoli si dicono testimoni, la croce appare come un messaggio centrale alla cui luce ricevono un significato profondo le parole allusive di Gesù: «Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10,38). La croce è una necessitas per Gesù e, alla sua sequela, per il cristiano: necessitas umana, perché in un mondo ingiusto il giusto può solo essere osteggiato, perseguitato e, se possibile, ucciso. Pertanto o ci si carica della croce, cioè si è disposti alla sofferenza per amore di Dio e degli uomini, oppure si è «nemici della croce di Cristo» (Fil 3,18); o «ci si gloria della croce di Cristo» (cf. Gal 6,14), che narra la sua vita spesa e donata per gli uomini, oppure non si è cristiani.

Pubblicato su: La Repubblica