Ha ancora senso il digiuno?

Nel Nuovo Testamento l’inizio del ministero pubblico di Gesù è significativamente preceduto da un digiuno prolungato: con esso Gesù respinge così gli assalti del tentatore (Mt 4,2), vincendo le dominanti che condizionano l’uomo e lasciando un esempio ai suoi discepoli. Dai quaranta giorni di Gesù nel deserto e dal suo conseguente operare il bene in mezzo agli uomini emerge con chiarezza il fine del digiuno: l’obbedienza alla volontà di Dio e al suo disegno di amore per l’umanità. Il cristiano non vive di solo pane, di cibo materiale, ma soprattutto della Parola e del Pane eucaristici, della vita divina: una prassi personale ed ecclesiale di digiuno fa parte della sequela di Gesù che ha digiunato, è obbedienza al Signore che ha chiesto ai suoi discepoli la preghiera e il digiuno (Mt 9,15; Mc 9,29; cf. At 13,2-3; 14,23), è confessione di fede fatta con il corpo, è pedagogia che porta la totalità della persona all’adorazione di Dio. Venuti i giorni in cui “lo Sposo è tolto”, dice Gesù, “i discepoli digiuneranno” (Mc 2,20), attestando così a loro stessi e alla comunità che ne attendono il ritorno pregando e digiunando.

Certo, il rischio di fare del digiuno un’opera meritoria, una performance ascetica è sempre presente, ma la tradizione biblica ammonisce che esso deve avvenire nel segreto, nell’umiltà (Mt 6,1-18), con uno scopo preciso: la giustizia, la condivisione, l’amore per Dio e per il prossimo: “Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?” (Is 58,6). Ecco perché anche la tradizione patristica è molto equilibrata, sapiente ed esigente su questo tema: “Il digiuno è inutile e anche dannoso per chi non ne conosce i caratteri e le condizioni” (Giovanni Crisostomo); “E’ meglio mangiare carne e bere vino piuttosto che divorare con la maldicenza i propri fratelli” (Abba Iperechio); “Se praticate l’ascesi di un regolare digiuno, non inorgoglitevi. Se per questo vi insuperbite, piuttosto mangiate carne, perché è meglio mangiare carne che gonfiarsi e vantarsi” (Isidoro il Presbitero)... Sì, il fine della vita cristiana è la carità, e il digiuno è sempre e solo un mezzo, ma la chiesa richiede questa prassi nella consapevolezza che il corpo va coinvolto nella preghiera e che la fatica: la lotta contro le tentazioni non possono essere ridotte a una dimensione intellettuale.

Pubblicato su: Avvenire