Un papa, un rabbino e un imam

In realtà, parole forti del papa sui dolorosi problemi che affliggono quella regione della terra non erano certo mancate in questi anni, ma anche le parole hanno un peso diverso a seconda del luogo e del tempo in cui vengono pronunciate. Così, il “senso tragico” di un muro lo si coglie in pienezza quando ce lo si trova di fronte, costruzione che si erge plasticamente antitetica a qualsiasi ponte, a qualsiasi strada che mette in comunicazione un uomo con il proprio fratello in umanità. E se davanti al Muro occidentale il silenzio del papa si è fatto preghiera in solidarietà con l’Israele orante di tutti i tempi, davanti al muro eretto da mani d’uomo contro altri uomini le sue parole sono state un grido di dolore.

Anche la memoria della Shoah si scolpisce indelebilmente nelle menti e nei cuori quando – come nel museo Yad Vashem – è accompagnata dalla presenza dei “nomi” che evocano le persone: “concederò nella mia casa e dentro le mie mura – dice il Signore – un memoriale e un nome (yad vashem)... darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato” (Isaia 56,5). Lì, con un discorso di altro tono rispetto a quello del suo predecessore Giovanni Paolo II, ma con altrettanta chiarezza e parresia ha fatto memoria di una immane tragedia inclusiva ricordando, assieme ai “sei milioni di ebrei brutalmente sterminati”, tutte le vittime della storia, “da Abele il giusto” fino all’ultimo anonimo essere umano perseguitato, torturato e ucciso. Per tutti ha fatto risuonare la consolante parola della Scrittura: “le misericordie di Dio non sono finite, né esaurite”.

Pubblicato su: La Stampa