Tre uomini faccia a faccia con Dio

CARAVAGGIO, Il sacrificio di Isacco - Olio su tela, 104 x 135 cm - Galleria degli Uffizzi Firenze
...Possiamo ritenere un aspetto essenziale dalla stupenda pagina del “sacrificio di Isacco”: l’amore tra Abramo e Isacco può evocare la con-cordia tra Dio e Gesù Cristo. Il Padre non voleva la morte del Figlio, ma acconsentiva al fatto che, in un mondo ingiusto, il giusto può solo essere rifiutato, perseguitato fino a essere ucciso...
Avvenire, 27 maggio 2009
di ENZO BIANCHI
Si apre la prospettiva di una vita nuova, si può realizzare la promessa di Dio, si può conoscere il nostro Dio, il “Dio dei vivi perché tutti vivono per lui”
Avvenire, 27 maggio 2009

«Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Ora, non è Dio dei morti, ma dei vivi» (Mt 22,31-32). Gesù ci ha narrato Dio, ma non un Dio qualsiasi, bensì il Dio amante degli uomini, il Dio dei viventi, il Dio che vuole che tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (cf. Gv 10,10). E questo Dio, narrato da Gesù che non si è vergognato di chiamarci fratelli (cf. Ebr 2,11), non ha esitato a farsi identificare come il Dio dei patriarchi: di Abramo, di Isacco e di Giacobbe.

Cerchiamo allora di discernere il volto di Dio a partire da questi uomini da lui scelti proprio per farsi conoscere, per “alzare il velo” su di sé e iniziare per intessere una storia di salvezza. Dio chiama Abramo, lo sceglie, separandolo dagli altri uomini, tutti figli di Adamo, tutti incamminati su vie mortifere, affinché inizi un cammino di ritorno a lui. Se Adamo è figura di totalità, di unità, Abramo è figura di differenza: appartenente all’umanità, solidale con la storia umana ma, nel contempo, chiamato alla differenza, eletto e separato per fare un cammino che riporti tutti gli uomini a Dio, che possa recare la benedizione di Dio, cioè la vita e la pace, a tutte le genti.


Abramo non emerge da un buio assoluto ma da un’umanità che nel suo peccato e nella sua ignoranza cercava Dio attraverso molte vie religiose, gravate però dal peso dell’idolatria. Lo specifico di Abramo consiste dunque nella sua fede, nella sua adesione al Dio che lo ha chiamato personalmente, una fede che si declina innanzitutto come rottura con l’idolatria dei suoi padri. Sullo sfondo della storia di Abramo c’è sì la dispersione delle genti avvenuta dopo Babele; ma Dio, nel suo amore fedele per l’uomo, desidera mutare questo processo di diaspora e di corruzione in un cammino di comunione e di vita piena. Per questo chiama Abramo, la cui separazione è finalizzata a una comunione: Abramo sarà padre non solo del popolo di Israele ma di tutti i credenti nel Dio vero e vivo!

«Darò a te e alla tua discendenza dopo di te il paese dove sei straniero, tutto il paese di Canaan in possesso perenne; sarò il vostro Dio» (Gen 17,8): queste le parole rivolte da Dio ad Abramo al cuore dell’alleanza. Eppure, se andiamo alla fine della storia di Abramo, constatiamo come in realtà egli sia stato sempre «straniero e forestiero» (Gen 23,4) nella terra di Canaan: egli morirà possedendo solo un piccolo fazzoletto di terreno, acquistato dagli hittiti, in cui collocare il sepolcro per la moglie Sara e per se stesso…


Abramo non giungerà mai a possedere la terra, ma la sua grandezza e la sua «differenza» stanno tutte nella sua capacità di aderire con piena fiducia a Dio: è la sua fede perseverante in mezzo a tante traversie a renderlo «padre dei credenti» (cf. Rm 4,16-17). Sì, Abramo è sempre capace di ricominciare da capo, di rimettersi in cammino hic et nunc, senza lasciarsi intrappolare dal passato o abbagliare da un futuro pur carico di promesse.
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Isacco, il figlio amato di Abramo, il figlio della promessa, è sempre presentato dalla bibbia come “essere in relazione”, come colui che generato da Abramo, ridonato da Dio ad Abramo, genera a sua volta Giacobbe, garantendo così la permanenza della promessa di Dio. Pare quasi non avere vita “autonoma”, eppure il suo divenire figura di Cristo, figlio immolato e riscattato, fa di lui l’immagine più eloquente del Dio vivente, del Dio che vuole che ciascuno si converta e viva.

Possiamo ritenere un aspetto essenziale dalla stupenda pagina del “sacrificio di Isacco”: l’amore tra Abramo e Isacco può evocare la con-cordia tra Dio e Gesù Cristo. Il Padre non voleva la morte del Figlio, ma acconsentiva al fatto che, in un mondo ingiusto, il giusto può solo essere rifiutato, perseguitato fino a essere ucciso (cf. Sap 1,16-2,24); a sua volta Gesù vive pienamente l’obbedienza alla volontà di Dio, volontà che chiede di vivere l’amore fino all’estremo, anche a costo di andare incontro a una morte violenta. E questa reciproca obbedienza sfocia nel libero gesto che nasce da un amore folle: Dio richiama Gesù dai morti, lo fa risorgere, mettendo il sigillo su tutta la sua vita…

Sul monte Golgota il cuore di Dio e di Gesù erano strettamente uniti, come quelli di Abramo e Isacco sul Moria: «un figlio unico e amato in questo caso, un Figlio unico e amato in quello», dirà Giovanni Crisostomo. Davvero in Abramo, «padre di tutti noi» (Rm 4,16), si ha un riflesso della paternità di Dio, «il Padre dal quale prende nome ogni paternità nei cieli e sulla terra» (Ef 3,14-15).
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E infine, il nostro Dio è il Dio di Giacobbe-Israele, l’uomo capace di far tesoro dei due “incontri” straordinari avuti con Dio: quello nel sogno della scala che sale al cielo e quello, oscuro e coinvolgente della lotta con l’angelo. Dopo il primo incontro con Dio, Giacobbe appare avviato verso un cammino di trasformazione di sé, in ciò che è più essenziale: se fino a quel momento aveva vissuto con la pretesa di costruire da protagonista la propria esistenza, ora comincia a conoscere un Dio che gli prepara il futuro e lo accompagna nella realizzazione della sua personalissima vocazione. Giacobbe non sarà più l’astuto ingannatore, ma una persona che si affiderà alla parola ricevuta da Dio e cercherà di vivere la fedeltà all’alleanza che ormai lo lega al Dio dei suoi padri, il Dio divenuto il suo Dio.

Anche dopo la lotta notturna, Giacobbe non sarà più lo stesso e recherà nel suo stesso corpo il ricordo indelebile di quell’incontro. Ma la storia di quest’uomo contiene, più in profondità, un insegnamento capitale: dopo la lotta con Dio, anche Dio non è più lo stesso di prima. Davvero in questa lotta beata ma a caro prezzo si conosce un volto altro di Dio: secondo le parole di Giobbe, «prima lo conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi lo vedono in verità» (cf. Gb 42,5)… Così, se si ascolta in profondità la storia di Giacobbe, si comprende che Dio resta sempre fedele alla sua promessa che si rivela invece inefficace per chi pretende di «forzarla» o di accaparrarsela; occorre sottomettersi liberamente alla sua assoluta gratuità, lasciando che essa si compia a suo tempo.

Solo così si apre la prospettiva di una vita nuova, si può realizzare la promessa di Dio, si può conoscere il nostro Dio, il “Dio dei vivi perché tutti vivono per lui”.

Enzo Bianchi
Per approfondire:
Enzo Bianchi
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