Comunità, i volti dell'utopia

Insomma, la comunità – da quella più ristretta di una condivisione totale di vita a quella a dimensione nazionale, fino alla grande comunità umana che unisce l’intera umanità – è l’insieme di persone unite non tanto da un possesso, da una proprietà, da un “di più”, ma da un “di meno”, da un debito che ciascuno vive verso gli altri. Questo debito che è anche un dono non è un debito di qualcosa, bensì un debito che comporta un dare se stessi: è un dare la propria presenza fino a dare la propria vita. Per entrare nella communitas occorre innanzitutto sentire la propria vita, la propria presenza tra gli altri come un debito e un dono nello stesso tempo. Io sono nella comunità per l’altro, soprattutto la mia presenza, l’essere là concretamente è per l’altro, per gli altri. La domanda che è posta come essenziale sull’architrave della porta di ogni comunità è: «Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,9), il che significa: tu sei custode dell’altro, ne sei responsabile e, dovendo sapere dov’è l’altro, devi dare all’altro il tuo volto, la tua presenza. È così che inizia il riconoscimento della fraternità. L’altro, che è altro e tale deve rimanere, va riconosciuto mettendomi accanto, di fronte, rendendomi presente a lui, accettando di incontrarlo e di renderlo prossimo, vicino: il prossimo è colui che io decido di incontrare, e più lo avvicino più lo rendo fratello.

In questo dare la propria presenza sta il dare ascolto all’altro. Dare ascolto è più pregnante del semplice ascoltare, è fare dono all’altro di una presenza ascoltante: lascio che l’altro sia accanto a me, di fronte a me, lascio che lui/lei mi parli attraverso tutta la sua persona (il suo corpo, il suo vestito, il suo linguaggio, il suo profumo, il suono della sua voce…). Questo essere presente all’altro è inoltre sempre anche dono del tempo: attendere l’altro, «sacrificare», «fare sacrificio» del proprio tempo, il che è anche fare sacrificio della propria vita.

E perché questa presenza, questa responsabilità, questa apertura all’altro che accende la fraternità? Semplicemente perché l’altro ci impone di avere cura di lui in virtù della sua presenza, del suo volto che è il nostro volto segnato dalla morte. La «responsabilità» per l’altro – ci ha insegnato Lévinas – è «la struttura essenziale, primaria e fondamentale della soggettività». Io sono in quanto sono per gli altri ed « “essere” ed “essere per gli altri” sono in pratica sinonimi», ha scritto recentemente Zygmunt Bauman. Io non esisto senza un tu, un voi, sono un volto e un nome, sono ciò che l’altro vede e chiama. Ciò che è più mio è detto dall’altro, riconosciuto dall’altro, sicché io ho bisogno dell’altro per vivere. Ecco dove nasce la communitas: «io ho bisogno di te», e quando dico di non avere bisogno dell’altro lo uccido, uccido la communitas.

Pubblicato su: La Stampa