Montserrat, un santuario dal cuore monastico

Credo sia una delle sensazioni che chiunque sale a Montserrat percepisce subito, aiutato dalla continua compresenza di pellegrini e abitatori, di visitatori e di monaci. Storicamente il santuario è nato e si è poco alla volta sviluppato proprio grazie alla presenza in quest’angolo della Catalogna di monaci e di eremiti che nel corso dei secoli hanno saputo compiere il gesto di distogliere lo sguardo proprio e degli altri da se stessi per indirizzarlo verso le realtà divine. Quando, per dono di Dio, in un determinato luogo si viene a creare questo clima orientato al Signore e non a se stessi, allora chi desidera ri-orientare verso Dio la propria esistenza, trova in quel luogo la dimensione della santità cui ogni discepolo di Cristo è chiamato, riconosce come “santuario” quel luogo.

Credo sia per questo che i pellegrini continuano a salire a Montserrat, attirati da un carisma che appartiene al luogo e non a una persona. Non si tratta semplicemente del fascino dell’ambiente, piuttosto siamo di fronte al fenomeno che ha a che fare con il rapporto tra “trascendenza del luogo” e “santità del volto”: due aspetti che solo la nostra mentalità occidentale può vedere in contrapposizione. In realtà, vi è una costante sinergia tra i due elementi: la “trascendenza di un luogo”, il fascino che esercita di per sé, il legame tra paesaggio e numinoso, attira uomini particolarmente sensibili a questa dimensione spirituale, i quali scelgono di abitarlo stabilmente. Da quel momento la santità dei loro volti diviene anch’essa un elemento della trascendenza del luogo e fa sì che a distanza di anni o di secoli dalla loro morte, numerosissime altre persone, magari incapaci di cogliere la naturale sacralità di quello spazio, vengono tuttavia attirati dalla consapevolezza che lì degli uomini di Dio hanno vissuto, lavorato, pregato, accolto pellegrini.

Pubblicato su: Avvenire