Montserrat, un santuario dal cuore monastico

Non solo, ma è anche possibile che la “santità del volto” arrivi a conferire una inedita “trascendenza” a un determinato luogo. Forse è per questo che i monaci sono stati chiamati anche amatores loci: la loro risolutezza nel fissare la propria stabilità in determinato luogo, non sempre “bello” in sé come invece la montagna di Montserrat, li ha portati a custodirlo come bene prezioso, a coltivarlo, ad abbellirlo, in una parola ad amarlo e a renderlo amabile anche per chi vi si reca solo di passaggio come pellegrino.

Ora, nel pellegrinaggio si va verso se stessi, si torna al proprio cuore, un cuore nuovo e antico, un cuore “altro”, unificato, deposto in noi dalla misericordia del Padre. E questa dimensione è particolarmente vera nel Santuario posto sotto il patronato della “Morenita”: un “altrove” rispetto al quotidiano dell’esistenza di ciascuno e una presenza “al cuore”, alle radici dell’identità stessa della chiesa catalana. Nel salire a Montserrat – il “Monte segato” che deve il nome alla sua insolita forma – il fedele esperimenta al contempo identificazione e stacco, esodo dalla propria situazione individuale e immersione in una dimensione comunitaria della propria fede.

Nonostante la familiarità che si può avere con un luogo come Montserrat, lo snodarsi del viaggio – soprattutto se lo si compie a piedi – ha una dimensione di esodo dal proprio mondo, di costante cambiamento di prospettive, di orizzonti, di panorami, un’inesauribile ricchezza di volti e paesaggi nuovi, un’alternanza del pensiero tra il luogo noto e certo che si è lasciato e l’ignoto cui si va incontro e del quale si sa solo che può offrirci nuova e duratura saldezza. E la qualità di “meta”, di telos, di compimento viene proprio dal poter offrire al pellegrino che vi si accosta quel clima di anelito alla santità, quello “spazio sacro” di fronte al quale ci si toglie i calzari del viandante, quel “faccia a faccia” con la verità che fa esclamare “Dio è là”.

Pubblicato su: Avvenire