Il diritto di essere una minoranza

Anche se noi cristiani d’occidente usiamo a volte a sproposito la terminologia della persecuzione per parlare del confronto difficile e anche aspro che la fede cristiana incontra nella società contemporanea, esistono luoghi e chiese in cui “persecuzione” indica ancora ostilità violenta, prigione, torture fisiche e psichiche, morte, e in cui “martirio” vuol dire testimonianza fino al sangue alla fede che si professa. Ce ne accorgiamo raramente, qui in occidente: solo quando il numero delle vittime o l’efferatezza dei crimini scuote la stanca abitudine con cui seguiamo certi eventi. Il rapporto dell’Agenzia Fides conta trentasette operatori pastorali uccisi nel 2009, riuscendo così a restituire un nome, un volto, alcuni lineamenti di questi discepoli di Cristo, ma non dimentichiamo che sono solo la punta di un iceberg immensamente più grande. Si tratta, infatti, solo dei missionari – preti e seminaristi, religiosi e religiose, laici – e solo di confessione cattolica. Le intere comunità cristiane osteggiate, perseguitate, costrette ad abbandonare il loro paese sfuggono al nostro sguardo e al nostro cuore: i cristiani dei villaggi e delle città dell’Iraq e dell’Iran, del Pakistan, dell’Orissa in India, del Sudan e dell’Alto Egitto, della Nigeria, dell’Indonesia o della Malesia, del Vietnam, della Cina o della Corea del Nord, della penisola arabica o dell’Algeria fanno notizia solo quando sono vittime di violenze particolarmente brutali. L’orrore suscitato da fedeli bruciati vivi nelle chiese, catechisti crocifissi, religiosi trucidati nei luoghi del loro servizio ai più poveri ci scuote dal torpore, altrimenti è il silenzio, il voltare la testa dall’altra parte, l’oblio di un fastidioso lancio d’agenzia.

Pubblicato su: La Stampa