Pedofili: l'umiliazione evangelica

 

Quante accuse gratuite e sciocchezze contro il celibato in sé, mentre non ci si chiede se e in che misura non sia a volte la condizione di celibato ad apparire una facile scappatoia per chi ha problemi relazionali e sessuali. D’altro canto, questa consapevolezza dovrebbe richiedere una maggiore vigilanza nel discernimento delle vocazioni che investono di qualità rappresentativa nella chiesa uomini e donne di questa nostra fragile cultura: non tutti sono atti a diventare presbiteri o ad abbracciare la vita religiosa. Si dovrebbe anche richiedere che gli educatori non vivano in universi chiusi, in collegi monosessuati dove non è presente la varietà delle componenti della società: uomini e donne, giovani e anziani... L’immaginazione a volte può subire derive fantasmatiche proprio dalla mancanza di diversità, dalla fissazione ossessiva su un’unica tipologia di alterità.

Non si dovrebbe neppure dimenticare che, nonostante l’ampiezza dello scandalo, le responsabilità morali e penali restano personali e sono di diversa gravità: non si può equiparare chi ha commesso i crimini con chi li ha coperti – magari ignorandone la reale portata – o ancora con chi ha mancato alla propria responsabilità di vigilanza. Anche l’ossessivo riferimento alla “tolleranza zero”, espressione totalmente sconosciuta al linguaggio evangelico e alla tradizione della chiesa, dovrebbe interrogare innanzitutto i cristiani, ma non solo loro: anche nel caso di una persona pedofila, il suo comportamento delittuoso non giustifica un accanimento nei suoi confronti che escluda la misericordia, la cura, la possibilità di redenzione.

Pubblicato su: La Stampa