Non dimenticare che eri straniero e diverso anche tu

 

Senza contare che, per chiunque si rifaccia anche solo culturalmente alla tradizione biblica, l’ “essere straniero” è condizione costitutiva del credente: “Ricordati che eri straniero” è il richiamo costante che percorre l’intera legislazione dell’Antico Testamento, tesa a normare nella giustizia e nella solidarietà la vita quotidiana del popolo d’Israele una volta entrato nella “sua” terra promessa. La memoria della passata condizione di schiavitù è fondamento per la salvaguardia e l’osservanza della legge da parte di uomini e donne liberi. I cristiani a loro volta non dovrebbero dimenticare che al suo apparire nel mondo greco e romano la loro fede dovette superare la diffidenza, l’ostilità e addirittura la persecuzione da parte della cultura dominante che non ne tollerava la “differenza”, il modo diverso di porsi non tanto rispetto alla propria matrice ebraica, quanto nei confronti di una religiosità pagana disposta ad accettare e assimilare qualsiasi divinità che non pretendesse l’esclusività. I cristiani eviterebbero così di giudicare con sufficienza o disprezzo gli “stranieri”, giudicandoli incapaci di integrarsi nelle nostre società e culture: nel Nuovo Testamento, l’espressione “stranieri e pellegrini” (Prima lettera di Pietro 2,11) caratterizzava proprio loro, così estranei e “differenti” rispetto alla mentalità circostante.

È comunque indubbio che, cristiani e non cristiani, dobbiamo ripensare alle categorie della cittadinanza, della stranierità, dell’ospitalità, non come mero esercizio dialettico o come astratti sistemi giuridici, ma come riflessione sul senso della nostra convivenza civile, sull’orizzonte che vogliamo dischiudere alla nostra società, sulla qualità della nostra vita e di quella delle generazioni a venire. E per questa difficile ma appassionante fatica etica e culturale, la memoria rimane esercizio e strumento di rara efficacia e fecondità.

Enzo Bianchi

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Pubblicato su: La Stampa