Scopri lo straniero che è in te

 

In realtà, tutto l’insegnamento della Torah è contraddistinto da un’attenzione particolare ai senza-dignità (i poveri, le vedove, gli orfani, gli stranieri) e pone come clausola dell’alleanza con Dio benedizioni e maledizioni che giudicano il comportamento del credente verso queste categorie di persone. Né va dimenticato che nel Deuteronomio viene stabilita quella che Frank Crüsemann ha definito «la prima imposta sociale nella storia del mondo»: i gruppi privi di possesso della terra, tra cui gli stranieri, dovevano ricevere ogni tre anni la decima parte delle imposte versate per il re e per il tempio, quale misura di previdenza sociale. La solidarietà con lo straniero è dunque un comandamento del Dio compassionevole e il leggersi come stranieri da parte dei credenti aiuta a comprendere, ad accogliere e ad amare gli stranieri che si incontrano, come scriveva con acutezza Erich Fromm: «Una volta scoperto lo straniero in me, non posso odiare lo straniero fuori di me, perché ha cessato, per me, di esserlo».

Se l’Antico Testamento ci consegna un preciso messaggio sull’ospitalità dello straniero; se in esso il diritto di ospitalità è talmente sacro, non negoziabile, che un fuggitivo deve poter trovare sotto la tenda del suo nemico un rifugio, il Nuovo Testamento conferma questa pratica di ospitalità approfondendo soprattutto le motivazioni, i fondamenti che la determinano. Qui la «philoxenía», letteralmente «l’amore per lo straniero» appare un’espressione fondamentale dell’amore del prossimo, una delle più alte epifanie della carità. Non solo, la figura del povero e dello straniero diventano nel Nuovo Testamento figure rivelative di Dio stesso: è con loro che Dio manifesta una solidarietà radicale fino a renderli destinatari privilegiati, clienti di diritto della sua Parola e della sua azione, ed è con loro che Gesù stesso si identifica non a livello mistico, ma a livello storico, concreto, fin dalla sua nascita e per tutta la sua esistenza.

Pubblicato su: La Stampa