La tavola, che luogo magico

 

Sì, perché il cibo è cultura, esprime la capacità che l’essere umano – unico tra gli animali – ha mostrato nel corso dei millenni di trasformare il crudo in cotto, di domare il fuoco per trasfigurare gli alimenti, di imbandire una tavola affinché il nutrirsi sia luogo di incontro e non di rivalità selvaggia. Noi uomini mangiamo insieme, non gli uni contro gli altri: siamo commensali, seduti attorno alla stessa tavola che nutre tutti i presenti. E sono proprio i cibi e le bevande più antichi e più semplici ad esprimere l’augusta nobiltà che le mani, il cuore e la mente dell’uomo han saputo infondervi, aggiungendo significati e gusti sempre nuovi a valori antichi quanto il fuoco. Oggi purtroppo assistiamo anche a ricadute nella barbarie che fanno perno sul cibo: vi è chi vorrebbe usare le diverse tradizioni culinarie come armi contundenti contro il diverso: così la polenta – antico e nobile cibo che, condiviso, esprimeva la dignità dei poveri – viene usata come alimento identitario fino a disprezzarne la natura in forme orgiastiche di consumazione, magari contrapponendola al cous-cous, alimento base dei nuovi poveri giunti fra noi; così si assiste a menu concepiti per ostentare disprezzo verso chi non li conosce o a sceneggiate in cui perfino l’atto umanissimo del nutrirsi insieme diventa sfida all’altro che si vuole escludere dal proprio orizzonte. Eppure, non vi è realtà quotidiana che esprima meglio del cibo l’intrecciarsi di storie, tradizioni, patrimoni di popoli e genti: nel corso della storia, e ben prima dell’irrompere dei frutti esotici sulle nostre tavole, han viaggiato di più la patata e il pomodoro, il riso e la melanzana, le acciughe e la vite, il pepe e il cacao che non mercanti, esploratori, missionari e pellegrini che hanno percorso i cinque continenti.

Imparare a “gustare” il cibo è allora operazione insieme semplice e raffinata, richiesta dalla natura ed educata dalla cultura, è nobilitazione della nostra dimensione umana: non a caso “sapore” e “sapere” hanno la stessa radice, conoscere e gustare si accompagnano nella nostra crescita e maturità; non a caso uno dei luoghi in cui la parola può divenire superflua per esprimere sentimenti e passioni è proprio la tavola, quel luogo magico dove i nostri sensi – dalla vista all’odorato, dal tatto all’udito, fino al gusto, signore delle mense – vengono stimolati e il nostro corpo conosce una trasfigurazione simile a quella che è capace di imprimere agli alimenti che cucina. Perché noi siamo sì quello che mangiamo, così come lo sono gli animali, ma l’arte di cucinare che ci è propria ed esclusiva mostra che il nostro appetito è infinito perché non appartiene al corpo ma allo spirito che ci anima.

Enzo Bianchi

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Pubblicato su: La Stampa