I cristiani colpiti nelle chiese

 

Quello ad Assisi potrà essere davvero un’opportunità forte perché ogni religione esprima accanto alle altre il cuore del proprio messaggio. E qui vorrei sottolineare un dato che emerge dalle più recenti stragi di cristiani, a Baghdad come ad Alessandria, come in tanti altri luoghi: le vittime vengono colpite mentre sono riunite in preghiera nelle assemblee domenicali, mentre celebrano il mistero cruciale della loro fede. Se da parte dei terroristi può essere solo un calcolo assassino per mietere un maggior numero di vittime, non dobbiamo trascurarne la valenza simbolica e la sua centralità nel discorso della libertà religiosa. Garantire a ogni cittadino la libertà di professare in privato e in pubblico la propria fede è ciò di cui ogni stato di diritto dovrebbe farsi carico, ma per i cristiani l’eucarestia domenicale è ben di più di un gesto “pubblico”: è l’evento comunitario per eccellenza, è il luogo e il tempo che costituisce come tale una comunità cristiana. Non si tratta di avere uno spazio in cui potersi riunire o manifestare, un luogo e un giorno che potrebbero quindi variare di volta in volta per ragioni di sicurezza, ma di ritrovarsi nel “giorno del Signore” per celebrare la “cena del Signore”, per riconoscersi comunità convocata dalla parola di Dio e chiamata a formare un corpo e un’anima sola. Per questo i cristiani, anche minacciati di morte, non rinunciano a ritrovarsi in chiesa come assemblea di credenti, come hanno ribadito i cristiani in Egitto e in Iraq in questi giorni. Non a caso già negli “Atti dei martiri” dei primi secoli troviamo testimonianze limpidissime in questo senso. Durante la persecuzione di Diocleziano (304 d. C.), al proconsole di Abitene – nell’odierna Tunisia – che lo accusava di aver ospitato nella sua casa assemblee domenicali cristiane contro l’editto dell’imperatore, il martire Emerito rispose: “non potevo proibire loro di entrare in casa, perché senza l’eucaristia domenicale non possiamo esistere”.

È su questa consapevolezza del profondo legame tra fede personale ed espressione comunitaria del culto che si radica il cristianesimo: non su identità culturali reali o immaginarie, non su astratte convergenze di idee, ma sul vissuto quotidiano nella comunità dei credenti, sulla trasparenza di una testimonianza di fratellanza e di amore universale. Questo non va dimenticato da chi vive in paesi fino a ieri considerati cattolici, come il Belgio o il Canada, e nei quali assistiamo a un anticristianesimo culturale che – pur non esprimendosi assolutamente in termini persecutori – mostra  una crescente diffidenza con ricadute anche nella vita della polis e negli stessi orientamenti politici. Sanno oggi le chiese discernere la diversità di queste situazioni e leggerle come segni dei tempi che chiedono una risposta trasparente, evangelica, magari anche scandalosa per il pensiero omologato di tante nostre società? Sì, questi tempi sono decisivi per il modo di stare nel mondo delle chiese, per delineare il futuro del cristianesimo nel tessuto delle nazioni e dei popoli della terra. E in questo discernimento, a noi tranquilli cristiani d’occidente giunge, drammatico ma saldo nella fede, l’insegnamento dei nostri fratelli e delle nostre sorelle vittime di violenze e di persecuzioni.

ENZO BIANCHI

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Pubblicato su: La Stampa