Tentazioni. Quando si fa quel che si odia

 

Quello della lotta spirituale è un tema che, saldamente radicato nel messaggio biblico, è stato affrontato e approfondito in numerosi testi della tradizione patristica e della letteratura ascetica, soprattutto monastica, sia in Oriente sia in Occidente. Gli scritti di Evagrio Pontico (345-399) e di Giovanni Cassiano (360­ 435); il Combattimento cristiano di Agostino (396); Il manuale del soldato cristiano di Erasmo da Rotterdam (1503); il celebre trattato di Lorenzo Scupoli (1530-1610) Il combattimento spirituale, che, tra l’altro, fu tradotto in greco da Nicodemo Agiorita alla fine del XVIII secolo e, tramite questa versione, raggiunse anche la Russia dove fu rielaborato da Teofane il Recluso alla fine del XIX secolo: sono solo alcune tra le più significative opere espressamente o in buona parte dedicate al nostro argomento. Questa eredità che i grandi spirituali del passato ci hanno lasciato deve oggi più che mai essere riscoperta e valorizzata: la vita secondo lo Spirito (Rm 8,5; Gal 5,16.25), cui ogni cristiano è chiamato, comporta infatti una conoscenza di sé e dei meccanismi che presiedono alla tentazione, un discernimento della propria peculiare debolezza per poter combattere con vigore contro il peccato. Il peccato ( hamartía ) è una potenza personificata che opera nell’uomo e per mezzo dell’uomo, contro l’uomo stesso e la sua volontà, come acutamente rilevato da Paolo: «Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che odio» (Rm 7,15). Tutti gli uomini sperimentano la realtà del peccato (Rm 3,23; Gal 3,22), una potenza deformante che si oggettiva poi nei singoli peccati, i quali sono tutti, pur con manifestazioni diverse, forme di relazione negativa e distruttiva nei confronti dell’umanità dell’altro, a partire da quel primo altro che è l’io di fronte a se stesso. In profondità tutti i peccati sono dunque riconducibili a un unico grande peccato: la negazione dell’alleanza e della comunione, ossia la rottura con cui l’io, da 'io con gli altri', si perverte in 'io contro gli altri'. Questa realtà mortifera è il vero, grande nemico contro cui lottare. E solo chi entra nella logica di questa lotta può custodire la fede con perseveranza fino alla fine, fino ad affermare: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede» (2Tm 4,7).

Pubblicato su: Avvenire