Comunità: quando la correzione è fraterna

 

Il messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima non mi sembra abbia ricevuto una ricezione pari a quella riservata ai precedenti, e anche questo la dice lunga sulla difficoltà che ormai i cristiani hanno verso la prassi della correzione fraterna. Assumendo uno stile mondano, i cristiani stessi oscillano tra l’indifferenza e un immediato intervento violento, caratterizzato da insulti e da parole che mirano a delegittimare l’altra parte. Nel tessuto della vita ecclesiale questo appare gravemente contraddittorio rispetto al Vangelo, allo stile di Gesù, a una volontà di comunione che non si perde occasione di dichiarare pubblicamente a parole, ma che in realtà si smentisce in modo persistente con il comportamento quotidiano. L’attuale polarizzazione presente nella chiesa tra gruppi sempre più tentati dallo spirito della setta, spinge a una mormorazione sorda gli uni verso gli altri all’interno dei palazzi. Tale atteggiamento fomenta vere e proprie guerre verso figure ecclesiali combattute dai giornalisti, mediante un pullulare di blog che certo non sono un mezzo per il dialogo, il confronto, l’ascolto reciproco, la franchezza.

Eppure la correzione fraterna è al cuore della vita ecclesiale, è addirittura indicata come necessaria e normata dalle parole di Gesù contenute nei vangeli. Come dunque la si può praticare? Innanzitutto «prestando attenzione gli uni agli altri» (cf. Eb 10,24, versetto che dà il titolo al messaggio di Benedetto XVI). Il cristiano è per sua natura un vigilante, uno che presta attenzione, che tiene fisso lo sguardo sul Signore (cf. Eb 12,2). A partire da questo esercizio a guardare con attenzione il Signore si diventa capaci di guardare i fratelli, le sorelle e gli eventi della storia quotidiana facendo su di essi discernimento, cioè leggendoli nella loro verità profonda e cercando di guardare l’altro con lo sguardo che a lui avrebbe rivolto Cristo stesso. Solo chi ha assunto lo sguardo, i sentimenti, il pensiero di Gesù, può anche vedere l’altro nella verità, può discernere il suo male, la sua colpa – che non coincide mai con l’altro – e quindi può giudicarla nella sua oggettiva gravità. Ciò però – lo ripeto – va fatto guardando a chi ha commesso il male, un uomo o una donna che è molto di più del peccato commesso: l’altro resta sempre una persona, e nessuna azione malvagia da lui compiuta può farci dimenticare questo! Normalmente guardiamo l’altro e subito vediamo un ladro, un delinquente, una prostituta…, finendo per identificarlo con l’azione commessa: ma l’uomo è sempre molto di più del suo agire, eventualmente giudicato come negativo.

Pubblicato su: Avvenire