Comunità: quando la correzione è fraterna

 

La correzione deve dunque avvenire in tre tappe: la correzione personale, discreta, « fra te e lui solo», affinché il fratello si ravveda e il suo peccato non sia conosciuto da altri; poi, se necessario, la correzione fatta in due o tre, in modo che chi ha commesso una colpa sia indotto a ravvedersi dalla presenza di più fratelli; se neanche questo è sufficiente, come misura estrema si faccia ricorso alla correzione in mezzo all’assemblea, di fronte a tutti. Ma se anche questa forma di correzione non ha successo, Gesù chiede di adottare verso chi ha sbagliato l’atteggiamento che egli ha vissuto verso i pagani e i peccatori. Sulle labbra di Gesù ciò equivale a dire: «Vallo a trovare, alloggia presso di lui, mangia con lui e convertilo con il tuo amore e la tua attenzione, come ho fatto io con Levi il pubblicano (cf. Mc 2,13-17 e par.) e con tanti peccatori che sono alla mia sequela». Poco oltre nello stesso vangelo, a Pietro che gli chiede: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?», Gesù risponde: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,21-22).

«Certo, sul momento ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza» (Eb 12,1), perché chi è ripreso si sente umiliato e conosciuto nel proprio peccato; poi però resta vero che dalla correzione possono nascere «frutti di pace e di giustizia» (cf. ibid.), e dunque ci si può sentire amati da chi ci corregge. Nelle parenesi apostoliche del Nuovo Testamento si chiede più volte di praticare la correzione fraterna (cf. Rm 15,14; 2Cor 2,6-8; Gal 6,1; Ef 5,11; Col 3,16; 1Ts 5,12.14; 2Ts 3,15; Tt 3,10-11), ma questi insegnamenti già manifestano quanto la correzione sia difficile e faticosa anche per chi la fa; indicano che per correggere occorrono umiltà e amore sincero; che non bisogna mai sentirsi estranei al peccato dell’altro, mai giudicarlo o ritenersi a lui superiore. Infine, non si deve mai praticare la correzione come un ispettore che svolge freddamente il suo compito: la correzione cristiana, infatti, non è una vigilanza di tipo aziendale!

Nella storia – lo sappiamo bene – la correzione fraterna è attestata soprattutto nei primi secoli cristiani, poi è quasi scomparsa; o meglio, è stata relegata nei monasteri o delegata alla prassi del sacramento della penitenza amministrato individualmente. Nei monasteri che conducono una vita cenobitica la correzione avviene ogni mattina durante il capitolo, ovvero l’assemblea quotidiana dei fratelli. Qui colui che presiede corregge gli errori e i peccati comunitari, ma a volte corregge anche un singolo fratello. Ma anche chi presiede, l’abate o il priore, può essere corretto e ammonito dagli altri fratelli. Scriveva al riguardo Basilio di Cesarea: «Chi presiede la comunità non deve essere il solo a non beneficiare del sostegno fraterno della correzione reciproca, lui che esercita la funzione più pesante» (Regole diffuse 27). E l’autore della Didaché non chiedeva forse: «Correggetevi a vicenda, non nell’ira, ma nella pace» (15,3)?

Pubblicato su: Avvenire