Tra deserto e città

Ori su legno, particolare
MARGHERITA PAVESI MAZZONI, Monaci
Corriere della sera
2 giugno 2012
di ENZO BIANCHI
Riscoperta nella sua autenticità, la marginalità propria del monachesimo aiuta quella distanza amorosa che sola consente di odiare la mondanità ma amare gli uomini

Corriere della sera, 2 giugno 2012
di ENZO BIANCHI

La lunga esperienza del monachesimo – che nei contesti storici, geografici e culturali più disparati ha saputo sovente riproporre con rinnovata freschezza la memoria della koinonia, la comunione descritta negli Atti degli Apostoli – è anche pervenuta a inscrivere in un sistema giuridico la dinamica umana della convivenza, ha saputo elaborare “un’arte della comunione”, un’opera tesa a “ordinare l’amore”. In questo senso, è nella prospettiva della communitas da creare, custodire e alimentare che trova il suo significato non tanto l’ascesi monastica individuale quanto piuttosto la disciplina comunitaria: anzi, è forse proprio questa ricerca della communio pluralis a costituire lo specifico dell’ascesi cenobitica.

Ora la comunità, per divenire autentica comunione, deve avere il proprio centro fuori da sé: non può essere scopo a se stessa. Da qui deriva la necessità “ontologica” dell’apertura all’altro, sia attraverso l’ospitalità – la disponibilità ad accogliere, nella gratuità e nel rendimento di grazie, la visita di chi sopraggiunge al monastero, nel proprio spazio di vita quotidiano – sia la capacità di aprirsi al dialogo con il diverso, l’estraneo, perfino il potenziale “nemico” verso il quale ci si fa “prossimi” su quella “via” che il cristianesimo antico identificava con la sequela del Signore Gesù.

E questo senza particolari strategie, ma semplicemente vivendo giorno dopo giorno come fratelli/sorelle che si amano o, meglio, che imparano ad amarsi come Cristo li ama. Da sempre è questo un annuncio del Vangelo tra i più eloquenti: “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). Allora le comunità monastiche, nella loro stessa fragilità, potranno essere segni, oasi di speranza per tutti: in un mondo in cui la trasmissione della cultura, della condotta quotidiana e della religione è minacciata da una globalizzazione mal gestita, le comunità monastiche, potrebbero contribuire a quella incessante ri-fondazione di cui le grandi civilizzazioni, e la Chiesa in particolare, hanno vitale bisogno.


 

Il monachesimo è sempre nato come realtà ai margini del corpo ecclesiale e sociale: anche la localizzazione geografica – ai confini dell'impero e alle periferie delle città – è significativa di un atteggiamento spirituale: il monastero si pone nello spazio tra il deserto e la città, capace di uno sguardo sulle due realtà, teso al loro ascolto e portatore di una parola a loro indirizzata. Ma non è facile essere e restare “marginali”: si è costantemente tentati dall'isolamento e dal rifugiarsi in un settarismo altezzoso oppure dall’inserimento confuso nell'istituzione ecclesiastica . Se questa distanza dialettica della marginalità non viene salvaguardata, il monachesimo perde di senso e allora a nulla valgono i surrogati di questa sua libertà responsabile.

Riscoperta nella sua autenticità, invece, la marginalità propria del monachesimo aiuta quella distanza amorosa che sola consente di odiare la mondanità ma amare gli uomini, di odiare il peccato ma amare il peccatore. Arte difficile da acquisire, ma il cristiano, e ancor più il monaco, non può sottrarvisi. Si insiste molto oggi sulla necessità di passare a una nuova spiritualità o, meglio, a un nuovo modo di creare spazio all’azione dello Spirito di Dio nel mondo. E questa «spiritualità» – cui i monaci non possono restare estranei, pena il divenire un reperto archeologico, anche se prezioso – comporta la capacità di coniugare fedeltà alla terra e fedeltà al cielo, solidarietà con gli uomini e desiderio di Dio. I monaci dovranno farlo nel modo loro proprio, non inseguendo l’ultima novità in campo ecologico o nelle strategie di presenza sul mercato, né corteggiando personaggi di successo per attirare le folle, ma ritornando alle fonti, riscoprendo nei padri e negli autori monastici quella compassione verso gli uomini, quel desiderio di discernere il volto di Dio nel fratello, quella capacità di ascolto di quanto brucia nel cuore anche del peggior peccatore, quella solidarietà amorosa con tutte le creature, animate e inanimate, che hanno scritto le pagine più luminose della storia del monachesimo e del cristianesimo.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: Corriere della Sera