I folli in Cristo

 

Del resto anche il re Davide si finse pazzo di fronte ad Abimelech: “Io sono folle nel Signore, chi è povero ascolti e si rallegri” (Sal 34,1-2) e fu disprezzato come insano dalla moglie Mikal per la sua danza sfrenata di fronte all’arca della presenza del Signore (cf. 2Sam 6,15-16). E Antonio, il padre dei monaci, non aveva forse profetizzato un tempo “in cui gli uomini impazziranno e al vedere uno che non sia pazzo gli si avventeranno contro dicendo: Tu sei pazzo! A motivo della sua dissimiglianza da loro”? E che dire di un monaco erudito e raffinatissimo come Bernardo di Chiaravalle che amava definirsi “giullare – lo stesso termine che ritroveremo applicato a san Francesco – e saltimbanco” e non esitava a riconoscere che “la vita [di noi monaci] appare ai secolari come un gioco, perché ciò che essi desiderano in questo mondo noi al contrario lo fuggiamo e ciò che essi fuggono noi lo desideriamo”?

Simeone e altri padri del deserto, cantori come lui della “sapienza della croce”, non esitavano a infrangere regole di convenienza e di pudore e ad assumere atteggiamenti capaci di destare il riso pur di mostrare il loro amore folle per il Signore e chiamare gli uomini a conversione. Certo, doveva sembrare pazzo Simeone che entra in città trascinando alla cintura un cane morto e poi, in chiesa. comincia a tirare noci alle candele per spegnerle. Quanti lo vedevano reagivano sì dandogli del pazzo, ma non potevano esimersi dall’interrogarsi sul senso di gesti inconcepibili o addirittura blasfemi. Perché un monaco che ha fama di santità si mette a saltare e danzare con delle attrici e partecipa ai giochi del circo lasciandosi toccare dalle prostitute, oppure entra nudo nei bagni pubblici riservati alle donne? E perché colma di baci le porte dei postriboli e sputa su quelle delle chiese? Vorrà forse ricordare la frase di Gesù che proclama “i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno”? O vuole smascherare le oscenità che noi teniamo ben nascoste dietro comportamenti esteriori “corretti”? Il suo non sarà un modo provocatorio per farci riflettere sulla facilità con cui giostriamo tra vizi privati e pubbliche virtù?

Per Simeone, prendersi gioco del mondo era il mezzo per guadagnare il mondo al suo Signore: i suoi rapporti con i mimi – la cui professione, come quella degli attori, era considerata immorale – e la sua frequentazione di prostitute mirava a distoglierle dal loro modo di guadagnarsi il pane. Al contempo, chi delle prostitute si serviva poteva interrogarsi se non fosse più immorale vivere nel lusso opprimendo i poveri o esercitando la violenza. Non a caso i demoni si ribellano a Simeone come avevano fatto di fronte a Gesù: “O folle, che ridi del mondo intero, sei venuto a importunarci? Vattene di qui, non sei dei nostri. Perché ci tormenti?”.

Forse oggi non siamo più capaci di ridere o sorridere per gesti così follemente saggi perché  quando ridiamo non vogliamo pensare, ma confesso che la lezione di sano umorismo che ricevetti quel giorno da p. Placide e dai suoi monaci mi è servita sì a non prendermi troppo sul serio, ma anche a capire che dietro a una risata può esserci la voce del Signore che chiama a conversione.

ENZO BIANCHI

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Pubblicato su: Avvenire