La liturgia torni fonte di spiritualità

 

L’auspicio conciliare «La preghiera pubblica della chiesa sia la fonte della pietà e l’alimento della preghiera personale» (SC 90) non ha fin qui trovato un’attuazione e attende nel prossimo futuro un impegno serio da parte di tutte le chiese locali: la liturgia dovrà rispondere alla domanda di un’atmosfera orante, senza per questo cadere in espressioni devote e intimistiche. Questa divaricazione tra liturgia e spiritualità purtroppo è dovuta anche alla responsabilità di operatori liturgici e pastorali che di fatto non riconoscono alla liturgia la qualità di fonte della teologia, della spiritualità e, di conseguenza, della pastorale. Così la spiritualità è sempre più narcisistica, sempre più preoccupata di fornire soluzioni terapeutiche, sempre più individualista e, come tale, è un elemento che ostacola l’assiduità, la partecipazione alla liturgia della chiesa, che è «partecipazione attiva», «actuosa participatio» (SC 14), quando riesce a nutrire, cioè a essere accolta come cibo nella vita di fede del credente. Perché nella liturgia cristiana si tratta di accogliere, non di dare; di diventare soggetti di fede, speranza e carità, non di fare.

I cristiani oggi vogliono trovare nella liturgia il luogo in cui sperimentare ciò che la fede permette di vivere, ciò che può ispirare e plasmare il loro comportamento, ciò che essi possono sperare e dunque testimoniare. È nella liturgia che dovrebbe accadere che Gesù Cristo parla e chiama: «Se tu vuoi…, vieni…, seguimi…, alzati e cammina…, andate…», non nell’intimità individualistica nutrita da letture devote o nell’ambito di assembramenti in cui si testimonia non la presenza del Signore e il risuonare della sua «Parola viva ed efficace» (cf. Eb 4,12), ma si afferma piuttosto: «C’ero anch’io!».
Infine, vorrei indicare per il prossimo futuro l’impegno per la valorizzazione del legame esistente tra liturgia ed evangelizzazione. In verità la chiesa può educare alla fede celebrando in primo luogo il «mistero della fede» con la sua liturgia e i suoi sacramenti, perché proprio la liturgia è il primo atto di evangelizzazione: alle fonti dell’educazione alla fede, dell’evangelizzazione, della vita cristiana c’è la liturgia. Non c’è martyría, non c’è diakonía e non c’è koinonía senza la priorità della leitourghía, dove il «mistero della fede» abilita alla missione e al servizio i fedeli, creando e nutrendo lo spazio della comunione, che è sempre comunione in Cristo stabilita nella potenza dello Spirito santo.

Se è vero l’adagio caro a Henri De Lubac, secondo cui non solo «la chiesa fa la liturgia» ma anche «la liturgia fa la chiesa», allora alla liturgia va riconosciuto il carattere fontale rispetto a ciò che la chiesa vive. Ma se non si è capaci di mostrare questa evidenza nel tessuto dell’azione ecclesiale, perché poi lamentarsi dello scarso rapporto vissuto dai credenti nei confronti dell’eucaristia domenicale? La pratica della fede, il primo annuncio della fede, l’educazione alla fede possono forse fare a meno della «fede pregata», cioè della liturgia, «eloquenza ecclesiale della fede»? L’incapacità mistagogica che contrassegna le nostre liturgie non dipende proprio dal fatto che la liturgia non è sentita come annuncio della buona notizia, come comunicazione del Vangelo, ma è piuttosto vissuta come una sorta di obbligo che fa parte della vita cristiana ma che non ne è la fonte?

La liturgia è luogo dell’esperienza della Parola e dello Spirito, ma luogo che resta umanissimo, in cui l’intero essere umano, nella sua unità di corpo, psiche e spirito, è soggetto dell’esperienza del Dio che viene a lui. Ecco, solo con un’attenzione e un’intelligenza che sappia cogliere l’umanità della liturgia è possibile accogliere in essa il «mistero della fede». Si legge nel prologo del quarto vangelo: «Dio nessuno lo ha mai visto, ma il Figlio», l’uomo Gesù, «exeghésato, ce ne ha fatto il racconto» (Gv 1,18). Parallelamente, potremmo dire che solo nell’umanità autentica della liturgia si può trovare il racconto di Dio, perché la liturgia è l’exeghésato, qui e ora, per noi cristiani.

Enzo Bianchi

 

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Pubblicato su: Avvenire