Contro le tre libido: resistere

 

Qui la lotta esige da parte di ciascuno la capacità di porre una distanza tra sé e le ricchezze, per non cadere nel terribile abbaglio di chi si lascia definire da ciò che possiede; occorre cioè uscire dalla logica angusta e angosciata del “mio” e del “tuo”, per entrare nella libertà della condivisione e della comunione dei beni.

L’ultima tentazione “madre” è quella del potere, dell’affermazione di sé sugli altri: la libido dominandi, forse l’idolo che richiede l’adorazione più totale, quando addirittura non giunge fino a esigere il sangue degli altri nostri fratelli e sorelle in umanità. Non a caso per l’Apocalisse di Giovanni questo idolo arriva ad assumere i tratti di Dio stesso (cf. Ap 13), a travestirsi da Dioper vedere rivolte a sé l’adesione e l’adorazione che vanno solo a Dio.

Ora, è evidente che l’uomo è un essere-in-relazione e pertanto esercita un’influenza sugli altri, dai quali a sua volta è influenzato: da questo gioco relazionale scaturisce la creazione di una vita comune, la costruzione di una città, di una polis, l’edificazione di una convivenza. Ma quando dalla logica dell’interrelazione e dello scambio – in cui la presenza degli altri è vista come positiva e sentita come essenziale – si passa a un’affermazione di sé contro o sopra gli altri, quando si trasforma il proprio io in assoluto, quando ci si lascia inebriare dalla sete di potere, allora si precipita nell’idolatria.
In fondo la brama di potere ci ricorda con forza che ogni idolatria è in radice idolatria di sé, assolutizzazione di sé, philautia (amore egoistico di sé), come direbbero i padri della chiesa. C’è una pretesa dell’io che vede tutto e tutti come ordinati a sé, c’è una ricerca della propria gloria che misconosce la grandezza e la dignità degli altri, c’è un appetito di potere che richiede inarrestabili ascese e rende irrilevante il fatto che ciò richieda come prezzo il calpestare i diritti altrui. Del resto, esistono diritti altrui quando non si vede che il proprio io? La pseudo-cultura di cui si nutre la brama di potere è quella della concorrenzialità, dell’individualismo sfrenato, che vede nell’altro solo un ostacolo e un rivale, invece di riconoscerlo come un dono, una ricchezza, una possibilità di salvezza: salvezza dall’isolamento, salvezza dalla tentazione di farsi “come Dio” (Gen 3,5), salvezza come pienezza di vita nella relazione e nella fraternità.

Pubblicato su: La Stampa