Contro le tre libido: resistere

1930, terra refrattaria
ARTURO MARTINI, Il pastore
La Stampa
29 settembre 2013
di ENZO BIANCHI
La lotta interiore è il cammino attraverso il quale, nello spazio della libertà e dell’amore, si apprende l’arte della resistenza

La Stampa, 29 settembre 2013
di ENZO BIANCHI

Uno degli aspetti oggi più disattesi nell’etica e nella cultura è certamente quello della lotta spirituale, elemento fondamentale in vista dell’edificazione di una personalità umana, salda e matura. Il nichilismo etico e l’imperante cultura dell’et-et, che fanno sognare la possibilità di uno stile di vita esente dal rischio e dalla fatica della scelta sembrano rendere “fuori luogo” e “fuori tempo” la riflessione sulla necessità della lotta interiore. Eppure per ogni essere umano, questa è più che mai essenziale: è il combattimento invisibile in cui ciascuno oppone resistenza al male e lotta per non essere vinto da pulsioni e suggestioni che sonnecchiano nel profondo del suo cuore, ma che sovente si destano ed emergono con una prepotenza aggressiva, fino ad assumere il volto di tentazioni seducenti. Davvero, secondo l’acuta sintesi di Origene, “la tentazione rende l’uomo un martire o un idolatra” (Esortazione al martirio 32,4-5).

Ora, non è possibile l’edificazione di una personalità umana e spirituale robusta senza la lotta interiore, senza un esercizio al discernimento tra bene e male, in modo da giungere a dire dei “sì” convinti e dei “no” efficaci: “sì” a quello che possiamo essere e fare per vivere una vita umana degna di questo nome; “no” alle pulsioni idolatriche ed egocentriche che ci alienano e contraddicono i nostri rapporti con noi stessi, con gli altri e con le cose e, per chi crede, con Dio: rapporti chiamati a essere contrassegnati da libertà e amore.

In questo senso vorrei analizzare tre dominanti fondamentali che agiscono sulle sfere umane dell’amare, dell’avere e del volere: la dominante dell’eros (libido amandi), la dominante del possesso (libido possidendi), la dominante del potere e dell’affermazione di sé (libido dominandi).
L’uomo trova il senso della sua vita nell’amare, e l’eros è la pulsione fondamentale che lo abita, è parte integrante della sua fame d’amore. Tuttavia anch’esso deve trovare dei limiti, deve cioè essere attraversato dalla dinamica del desiderio. L’eros deve accettare la differenza e la distanza: non è un caso che l’interdetto primario fondamentale in tutte le culture sia quello dell’incesto. Si vuole così impedire la soddisfazione della pulsione nel cerchio chiuso del proprio clan o gruppo famigliare, cioè nell’immediato, nell’assenza di distanza e di differenza. L’eros invece deve essere esposto al rischio vitale dell’incontro con l’altro.


 

In un tempo in cui imperversa l’immagine, mentre si è smarrito il valore del simbolo, l’eros è più spettacolarizzato che vissuto nella sua profondità. E forse sta qui, nell’attuale tirannia dell’immagine, la radice dell’idolatria della sfera erotica: l’idolatria è costruzione di un’immagine da sostituire alla realtà, è fuga nell’immaginario, perdendo l’adesione alla realtà ed evitando anche le difficoltà, le sofferenze, le angosce che essa porta con sé. Nell’immagine pubblicizzata, la sessualità è vissuta senza angosce, senza conflitti: ecco l’illusione seducente dell’erotismo reso idolo, al caro prezzo di una sessualità spersonalizzata, senza più alcuna valenza simbolica, senza l’altro, senza il suo volto! In questo senso, non si può dimenticare l’imperante esercizio della sessualità virtuale, consumata online, nonché la pornografia disponibile in rete sotto molte forme…

Come lottare in questo ambito? La dominante dell’eros deve fuggire la cosificazione dell’altro e la perversione del desiderio, per tornare a essere dinamismo di incontro e immissione nel mistero di comunione in cui l’uomo e la donna esprimono il loro amore, fino a celebrarlo in quella che Giovanni Paolo II osava chiamare la “liturgia dei corpi”. In questo cammino occorre esercitarsi all’ascesi umana, alla lotta contro la spersonalizzazione della pulsione e la reificazione della sessualità. E tutto questo sapendo che il corpo non è ciò che l’uomo possiede, ha, ma ciò che l’uomo è: l’eros dunque dev’essere al servizio dell’incontro, della tenerezza dell’amore che si vive e si celebra. In questo modo, potrà forse ritrovare e manifestare la sua portata simbolica e comunionale.

L’essere umano ha non solo il diritto, ma anche il dovere di vivere un rapporto con le cose e con i beni: senza questo rapporto che gli permette di soddisfare il bisogno del pane, della casa e del vestito, l’uomo non costruisce se stesso e non vive quella pienezza che gli spetta in quanto uomo e che la fede cristiana legge come vocazione a essere pastore, re e signore all’interno del creato. E questo attraverso un “lavoro” e una “cultura” che, rispettando e valorizzando la bontà e la bellezza del creato e la destinazione universale dei beni – giacché, dice il Signore, “mia è la terra” (Lv 25,23) – , arrivino a essere, di per sé, un “dare culto a Dio”.


 

Tuttavia, in questo rapporto con le cose, grande è la tentazione idolatrica, la seduzione della brama del possesso. Ma quando il rapporto con le cose diviene idolatrico? Quando il possesso diviene un fine in sé, giustificando anche ogni mezzo pur di ottenerlo; quando si vuole affermare “il mio” e “il tuo” – queste fredde parole, dicevano i padri della chiesa! –, contraddicendo un’elementare esigenza di giustizia e misconoscendo la destinazione universale dei beni. C’è dunque un netto discernimento da operare: o essere guidati dal dinamismo della comunicazione e della comunione o essere alienati alla dominante del possesso, tertium non datur!

In questo tempo di crisi dell’interiorità, di rimozione dell’interiorità dalla sfera dell’esistenza, grande è la tentazione di lasciarsi definire da ciò che si ha o, correlativamente, da ciò che si fa, insomma, da ciò che è visibile e quantificabile, da ciò che è esteriore: dall’immagine che l’altro vede. Sempre di più, in questa pseudo-cultura, l’altro è inteso non come diverso con cui comunicare, ma come spettatore: in particolare spettatore del mio successo, della mia ricchezza. Nella nostra società opulenta, inoltre, si assiste a una vera celebrazione orgiastica che festeggia la vittoria del “dio” denaro, del capitale, della proprietà, dell’accumulo sfrenato di ricchezza a dispetto di limiti, di regole e di quel limite salvifico che è l’altro! La ricchezza è ostentata e, in un certo senso, deve essere ostentata, perché solo così essa rivela pubblicamente il proprio status all’interno della società. È qui che si manifesta con forza estrema il suo volto idolatrico, il suo aspetto di perversione di un rapporto naturale, buono: se almeno la crisi economica fosse un antidoto a questa forma di idolatria…

Certamente la brama di possedere risponde a una forma di angoscia e di lotta contro la morte, a una ricerca di onnipotenza e di rassicurazione che vengono dalla sensazione di poter tutto acquistare, di eliminare i bisogni soddisfacendoli immediatamente. Del resto, viviamo in un angolo di mondo in cui è possibile la soddisfazione di qualsiasi bisogno, ma in cui si è perso il senso dell’autentico bisogno, del bisogno reale: spesso i bisogni sono indotti, creati, eppure esigono, con tutta la forza dell’idolo, forza che riposa su una radicale inconsistenza, la soddisfazione. Si comincia a desiderare il possesso di una cosa e, a poco a poco, la brama di possedere porta a non considerare gli altri: si vuole tutto e subito, anche a spese degli altri. Questo aspetto emerge con particolare forza dalla constatazione del diffuso senso di irresponsabilità nei confronti di coloro che verranno dopo di noi. Il “tutto e subito” diviene anche “tutto è mio”, “tutto è nostro”.


 

Qui la lotta esige da parte di ciascuno la capacità di porre una distanza tra sé e le ricchezze, per non cadere nel terribile abbaglio di chi si lascia definire da ciò che possiede; occorre cioè uscire dalla logica angusta e angosciata del “mio” e del “tuo”, per entrare nella libertà della condivisione e della comunione dei beni.

L’ultima tentazione “madre” è quella del potere, dell’affermazione di sé sugli altri: la libido dominandi, forse l’idolo che richiede l’adorazione più totale, quando addirittura non giunge fino a esigere il sangue degli altri nostri fratelli e sorelle in umanità. Non a caso per l’Apocalisse di Giovanni questo idolo arriva ad assumere i tratti di Dio stesso (cf. Ap 13), a travestirsi da Dioper vedere rivolte a sé l’adesione e l’adorazione che vanno solo a Dio.

Ora, è evidente che l’uomo è un essere-in-relazione e pertanto esercita un’influenza sugli altri, dai quali a sua volta è influenzato: da questo gioco relazionale scaturisce la creazione di una vita comune, la costruzione di una città, di una polis, l’edificazione di una convivenza. Ma quando dalla logica dell’interrelazione e dello scambio – in cui la presenza degli altri è vista come positiva e sentita come essenziale – si passa a un’affermazione di sé contro o sopra gli altri, quando si trasforma il proprio io in assoluto, quando ci si lascia inebriare dalla sete di potere, allora si precipita nell’idolatria.
In fondo la brama di potere ci ricorda con forza che ogni idolatria è in radice idolatria di sé, assolutizzazione di sé, philautia (amore egoistico di sé), come direbbero i padri della chiesa. C’è una pretesa dell’io che vede tutto e tutti come ordinati a sé, c’è una ricerca della propria gloria che misconosce la grandezza e la dignità degli altri, c’è un appetito di potere che richiede inarrestabili ascese e rende irrilevante il fatto che ciò richieda come prezzo il calpestare i diritti altrui. Del resto, esistono diritti altrui quando non si vede che il proprio io? La pseudo-cultura di cui si nutre la brama di potere è quella della concorrenzialità, dell’individualismo sfrenato, che vede nell’altro solo un ostacolo e un rivale, invece di riconoscerlo come un dono, una ricchezza, una possibilità di salvezza: salvezza dall’isolamento, salvezza dalla tentazione di farsi “come Dio” (Gen 3,5), salvezza come pienezza di vita nella relazione e nella fraternità.


 

Se non è frenata e se non riceve un limite, la libido dominandi diventa l’idolo più devastante a livello sociale e politico. Secondo Julia Kristeva, esso è la forma culminante del narcisismo e porta l’individuo o il soggetto politico o istituzionale a guardare a se stesso come a Dio. Ma l’esito socio-politico di un narcisismo estremo è il potere totalitario, dittatoriale. Un’istituzione, un partito, un sistema che faccia di se stesso e della propria sopravvivenza l’unico fine, anzi che si ritenga depositario dell’unico e vero bene per tutti, bene che dunque potrà e dovrà essere imposto a tutti, diventa liberticida. Cioè incapace di accettare che vi sia chi prende e mantiene una distanza da esso, chi custodisce un’alterità, una diversità. Non a caso una società come la nostra, in forte condizione di instabilità e di crisi, carente di ideali collettivi, sfilacciata nel suo tessuto sociale, con perdita di fiducia nelle istituzioni politiche, vede sorgere il culto della personalità e crescere i fenomeni della personalizzazione e della spettacolarizzazione di tutti i poteri. E diventa così terreno di possibili soluzioni politiche “idolatriche”.

Di fronte a questi rischi decisivi, la lotta interiore è il cammino attraverso il quale, nello spazio della libertà e dell’amore, si apprende l’arte della resistenza alla tentazione e l’arte della scelta. Avere un cuore unificato, un cuore puro, sensibile e capace di discernimento, un cuore che custodisce e genera pensieri d’amore: ecco lo scopo del combattimento e della resistenza interiore, arte davvero appassionante. È necessaria una grande lotta anti-idolatrica per essere liberi di servire e amare ogni uomo, ogni donna, ogni creatura; insomma, per giungere a fare della nostra vita umana un capolavoro.
In definitiva, l’opera d’arte che ciascuno è chiamato a fare della propria esistenza dipende essenzialmente dalla sua capacità di relazione con se stesso, con Dio, con gli altri e con le cose, all’insegna di una lotta quotidiana per tendere alla comunione. Sì, la vita cristiana, ma anche la vita umana, umanizzata, comporta una lotta senza tregua contro le seduzioni idolatriche. Questa disciplina è certamente faticosa, al punto che Arthur Rimbaud osava definirla “dura quanto la guerra tra uomini”: eppure è ciò che introduce alla bellezza e alla qualità della vita personale, in vista di una miglior qualità della convivenza umana.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: La Stampa