Fratelli Karamazov, il prezzo che vogliamo pagare

 

In questa sorprendente e inquietante analogia di clima culturale e spirituale, per me rileggere oggi I fratelli Karamazov ha significato anche misurare com’è cambiato il mio sguardo sulle vicende e i personaggi narrati nel romanzo. Non solo perché nel frattempo è venuto meno il filtro della Russia comunista ben presente al mio immaginario di giovane cattolico e democristiano, o perché ho potuto conoscere da vicino e di persona la chiesa ortodossa rinata in questi ultimi decenni, e nemmeno soltanto perché ho avuto perfino l’opportunità di incontrare l’igumeno di Optina, il monastero dello starec Zosima e del giovane Alëša,  e di dialogare con lui, ma soprattutto perché gli interrogativi sollevati da Dostoevskij non hanno mai cessato di interpellarmi. Il rapporto tra Cristo e la verità; come credere in un Dio che è la fonte di ispirazione per una santa ribellione contro le sofferenze umane e, al contempo, l’origine prima di un mondo in cui queste sofferenze hanno luogo; come conciliare un Vangelo annunciato ai poveri e i piccoli con le sue esigenze così radicali che solo pochissimi, o forse nessuno riesce a soddisfare; cosa implica l’assunzione della categoria biblica dell’essere umano come creato a “immagine e somiglianza” di Dio per leggerne miserie e grandezze.

Indubbiamente il racconto del Grande Inquisitore, per la sua forza narrativa, è il brano dei Fratelli Karamazov che non ha mai cessato di suscitare interesse nelle menti più vivaci di ogni stagione del pensiero e in quanti sono appassionati del rapporto tra giustizia, verità, potere, colpa e perdono, ma è tutta la narrativa di Dostoevskij a costituire un’ostinata protesta della mente umana contro la morte di Adamo, una lucida affermazione dell’intollerabilità della morte – sia essa fisica, morale o spirituale – di qualsiasi essere umano. In questo senso, il dialogo tra Ivan Karamazov e il Diavolo nel capitolo nono dell’undicesimo libro, riprende e sviluppa  alcuni dei temi delle pagine del Grande Inquisitore e sembra fornire uno sviluppo a quel bacio di Cristo al Giudice che le chiude, aprendole al gioco serissimo dell’interpretazione. Ermeneutica che non può prescindere da quanto appare fin dal dal libro sesto: lì Dostoevskij sembra affidare allo starec Zosima  e alla sua visione di un mondo redento la speranza che può abitare ciascuno di noi, novello  Alëša.

Forse l’imperitura fortuna dei Fratelli Karamazov – o perlomeno la stringente attualità che io gli ritrovo ogni volta che lo riprendo in mano – sta proprio nella sublime capacità che Dostoevskij ha avuto di scandagliare l’animo umano, di sviscerare sentimenti, emozioni, desideri, angosce e di porgere il tutto al lettore senza fornirgli risposte certe e definitive. Così generazione dopo generazione, da giovani, da adulti, da anziani, siamo chiamati a confrontarci con questione aperte, a leggerle nel nostro cuore e in quello degli altri, a discuterne tra noi, a confrontarci con serietà con quell’interrogativo fondamentale che il grande romanziere russo ha posto e al quale ha tentato da parte sua di rispondere: “Di cosa gli esseri umani sono debitori gli uni verso gli altri?”. O, in altri termini, che prezzo siamo disposti a pagare per affermare un’umanità che ritrova se stessa nell’essere segno di ciò che è altro da lei, nell’accogliere l’altro da sé, anche quando tutto sembra remare contro?

Enzo Bianchi

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Pubblicato su: La Stampa