Rendiamo più bella la terra che lasceremo


Nel libro si incontra più volte la parola «quiete», si parla dell’arte di abitare con se stessi e di unificazione dell’io. Gli uomini d’oggi preferiscono parlare di relax, di esercizi per scaricare la tensione. Dove sta la differenza?

Chi cerca la quiete cerca un’unificazione interiore tra ciò che vive e ciò che è: nulla è dimenticato o lasciato cadere e nessun esercizio viene praticato per trovare un distacco come invece richiede il relax. Chi cerca la quiete vive nel quotidiano ma aspira all’unità di tutta la persona e questo può produrre davvero una grande pace: è una forma di beatitudine, di felicità che si esperimenta con tutta la persona, corpo compreso.

A un certo punto del suo ultimo libro scrive di sé: «Di carattere e di formazione sono un uomo piuttosto discreto, che ama parlare poco delle vicende personali e più intime», ma chi la legge percepisce una grande sintonia, un forte senso di condivisione.

Nel mio ultimo libro, come ne Il pane di ieri, ma anche nei miei libri di spiritualità in generale, io cerco innanzitutto due cose: parlare di ciò che ho vissuto e vivo e di cui conosco sia il peso che la gioia, evitando tutto ciò che non fa parte della mia esperienza. La seconda cosa è l’attenzione al quotidiano. Io non ho mai cercato cose grandi o il successo, non perché sono umile e virtuoso ma per il fatto che non fanno per me. Fin da piccolo mi è stata inculcata la semplicità, la quotidianità, l’adesione alla realtà sempre e comunque. Era uno dei ritornelli della mia educazione, che mi porto dietro e che ora, a mia volta, cerco di trasmettere agli altri.

La famiglia, le radici, le amicizie, l’essere stati amati, le occasioni, le esperienze vissute, determinano il carattere e orientano l’esistenza di ognuno di noi. Quanto conta allora la fortuna, o quello che si intende con questa parola?

Io sperimento spesso che persone che non riescono nella vita ad avere relazioni con gli altri, a essere uomini come desiderano, hanno queste difficoltà perché nessuno ha creduto davvero in loro, specie nel momento in cui sono venuti al mondo. Devo dire che nel mio caso ha avuto un’importanza particolare la mia maestra di scuola che soleva dire: «Se io non metto nei primi banchi le persone meno dotate, significa che non credo in loro. Non voglio che un giorno debbano dire che la loro maestra non credeva in loro». È molto importante avere qualcuno che creda in noi, e, se ci pensiamo bene, questo vale anche nell’amore. Conosco molte coppie il cui amore si rompe perché c’è una mancanza di fede nell’amore dell’altro: senza questa basilare fiducia l’amore non può durare, la fedeltà non è possibile, la perseveranza diventa una schiavitù troppo forte da portare e tutto va in frantumi.