Rendiamo più bella la terra che lasceremo

 

Lei parla spesso di cibo e dello stare a tavola. Delle raviole che prepara con le sue mani, della bagna càuda, dei tartufi, ma anche di vini, come quel «grignolino dal sapore ambrato che è il migliore fuori pasto». Una conoscenza che fa onore a un buongustaio. Stupisce che sia un monaco a dire questo…

Avendo perso mia madre a otto anni, ho dovuto far da mangiare per me e mio padre finché lui non si è risposato. Ciò mi ha abituato a un rapporto con il cibo, con gli alimenti e con gli ingredienti che ho a lungo meditato. Ancora oggi devo dire che una delle cose che mi dà più gioia è la cucina, e così cerco, almeno una volta alla settimana, di fare un pranzo per gli amici o per chi in comunità festeggia il compleanno. Penso che il piacere del cibo diventa una grande lode a Dio, un godere di ciò che è uscito dalle sue mani e che Egli ha visto «bello e buono». Anche nella creazione Dio ha avuto tanta fiducia nelle sue creature, e, una volta che le ha fatte, le ha viste «belle e buone». Come possiamo noi non vedere buone tutte le cose che ci circondano e di cui addirittura ci nutriamo? Per me il rapporto con il cibo e la terra è una questione spirituale.

Un posto particolare, in queste pagine, ce l’ha l’amicizia, verso la quale usa parole dolcissime e insieme esigenti. L’amicizia è balsamo di vita, ma anche una disciplina che non si finisce mai di imparare. Perché?

Da un lato credo che l’amicizia sia la cosa più bella che si possa vivere. Per noi mona­ci, che cerchiamo di essere fedeli alla nostra vocazione nel celibato, l’amicizia è la maniera rara in cui possiamo gustare la gratuità dell’affetto degli altri; l’amicizia condivisa è veramente il balsamo che nella nostra vita ci dovrebbe accompagnare. Ma nello stesso tempo l’esperienza ci mostra che essa deve essere disci­plinata in molte maniere. Innanzitutto deve essere qualcosa che noi vogliamo vivere, e anche quando viene meno dall’altra parte, quando l’amico non si fa sentire o sta vivendo un momento di difficoltà con noi, dobbiamo avere il coraggio di ricominciare. L’amicizia non può esser lasciata vivere semplicemente per la forza e la bellezza del sentimento, c’è sempre qualcosa che può rovinarla come la volontà di possedere l’altro, di toglierlo dalla sua libertà per farlo entrare nel nostro mondo. E questa disciplina – indispensabile anche nell’amore – è la garanzia perché l’amicizia possa durare e destare stupore ogni giorno, come se fosse una cosa nuova, una storia che ricomincia.

Nella sua vita ci sono i libri, letti fin da bambino, e il Libro, prima il Vangelo, a sei anni, e poi la Bibbia, a tredici. Che rapporto ha con la lettura in genere e poi con la lectio del testo biblico, che occupa una parte importante della sua vita di cristiano?

Negli anni, le mie letture sono cambiate. Un tempo leggevo molti più libri di letteratura, romanzi soprattutto, che oggi accosto di rado, dando la preferenza a poeti di ogni cultura. Per me, comunque, resta assolutamente centrale la lettura della Bibbia, attraverso la forma della lectio divina. Devo dire che sono stato molto aiutato fin da giovane dal mio padre spirituale a distinguere tra lettura di studio della Bibbia e lettura della Bibbia come incontro con il Signore. Per cui se è vero che passo molte ore sulla Bibbia leggendo articoli di esegesi, libri e commenti, aggiornandomi costantemente soprattutto su alcuni libri, come il Nuovo Testamento e i Salmi, la lectio divina è sempre un atto centrale nella mia vita, a tal punto che se sono fuori dal monastero per conferenze e non trovo un momento di pace per la mia lettura della Bibbia, mi sento quasi ferito. S’insinua un fastidio che mi dura per tutto il giorno, come se mi mancasse quel momento centrale capace di illuminare tutta la giornata e dare un senso anche alle altre letture.