Rendiamo più bella la terra che lasceremo

 

Parlando di una strana figura della sua infanzia e giovinezza, una certa Teresina del Muchét, lei scrive: «È stata un’icona della gratuità, della capacità che ciascuno di noi possiede di far sbocciare fiori dal letame». Cosa intende con queste parole, che sono anche un’indiretta citazione di De André?

Intendo dire che anche le persone più semplici, le più povere – in quel caso si trattava di una persona che era talmente misera da trascinarsi dietro il suo cattivo odore –, se noi abbiamo il coraggio di ascoltarle e di vederle al di là di come appaiono, sono sempre capaci di essere un fiore per la nostra vita. Io sono convinto che la mia più profonda gratitudine non vada ai grandi uomini della società e della Chiesa che pure ho avuti vicini, ma ad alcuni girovaghi, poveri e umilissimi. Non sto facendo poesia, sento davvero che queste persone hanno una capacità di dialogo molto profonda anche con chi non conoscono.

Invecchiare è imparare l’arte di congedarsi, ma anche la possibilità di acquisire maggiore gratuità nei confronti della vita e degli altri. Perché, invece, molti fingono di essere eternamente giovani?

L’eterna giovinezza artificiale ci candida al museo delle cere: non ha molto senso. L’uomo può aspirare a una bellezza straordinaria: io l’ho scorta in monaci novantenni del Monte Athos, dell’Oriente o anche dell’Occidente, gente che non ha mai pensato di modificare neppure una ruga. La giovinezza ha una sua bellezza, lo sappiamo tutti, ma poi bisogna anche accettare che il corpo prenda le forme dettate da quell’orologio implacabile che è il tempo. Eppure anche così si può fare un capolavoro, l’importante è tenere sempre gli occhi visionari e penetranti.

Ogni sera, prima di andare a letto, alla fine della preghiera, lei ripete un gesto, cioè bacia la terra. Perché?

Me lo hanno insegnato da piccolo. Nelle vecchie case si aveva proprio la sensazione di baciare la nuda terra, perché i pavimenti erano d’argilla, invece adesso le piastrelle sono belle lucide. Eppure io continuo a baciare il pavimento perché comunque un po’ di polvere per terra c’è e la polvere è qualcosa di venerabile, perché alla polvere dovremo tornare. Quel bacio alla sera è un gesto di fedeltà, un Amen, per dire alla terra: «Ti amo, anche se ti dovrò lasciare».

UGO SARTORIO intervista
ENZO BIANCHI