Caro Diogneto - 29

 

In realtà, la crisi è acuta, si protrae nel tempo e non pare aver ancora toccato il fondo. Non si tratta di essere profeti di sventura o pessimisti privi di speranza. Anzi, siamo convinti che andando a fondo si raggiungono le fondamenta e ci si può allora rialzare e iniziare a ricostruire le rovine... Ma per ora non appaiono segni di un cambiamento di passo o di direzione. Da due decenni almeno andiamo denunciando che la nostra società sta compiendo piccoli passi verso la barbarie, e più volte abbiamo avvertito che ci trovavamo come in un turbine, sempre più in preda a miti e idoli prepotenti: si è avviato da tempo un processo che autorizza ad apparire e affermarsi, anche in modo arrogante, il peggio che c’è in ogni individuo; viene progressivamente a mancare la forza dei principi non negoziabili della legalità, dell’uguaglianza di fronte alla legge, della giustizia, senza i quali non è possibile nessuna vita della polis.

Abbiamo permesso alla menzogna di manifestarsi, dapprima banalizzandola a semplice ironia, poi accettandola supinamente come modalità stabile della comunicazione, al punto che oggi non ci si chiede nemmeno più se un’affermazione è credibile o meno: la menzogna avvolge tutto come una melma uniforme, non conosce smentite, non suscita reazioni, né desta quell’indignazione che esige l’affermarsi della verità...

Abbiamo nutrito un’identità tribale sempre più ripiegata su se stessa, senza l’altro; e così oggi ci accorgiamo di possedere un’identità “contro” gli altri, un’identità che vuole affermarsi ed essere riconosciuta in modo visibile per contrapposizione: la paura dell’altro viene allora seminata, fomentata, cavalcata, strumentalizzata per ragioni di potere e di tornaconto. Si affermano così, senza destare scandalo, parole di esclusione e di negazione dell’altro che, profugo o migrante, si è fatto a noi prossimo.

Abbiamo costatato di nuovo la seduzione, l’attrazione fatale della guerra, alla semplice condizione di non chiamarla tale. Se ci sono state reazioni per la guerra del Golfo e per quelle in Afghanistan e in Iraq – guerre lampo, naturalmente, anzi, rapide operazioni umanitarie, come interventi chirurgici non invasivi... – il sopraggiungere di quella in Libia ci ha colti ormai assuefatti, incapaci di discernimento, muti... Neppure la comunità cristiana, che sembrava aver fatto un’opzione per la pace senza se e senza ma, non sa cosa dire né come reagire.