La passione d’amore di Gesù, il Servo crocifisso

 

Merita soffermarsi almeno su un suo versetto: «Al Signore è piaciuto prostrare il Servo con dolori» (Is 53,10). Affermazione che può turbare, lasciandoci sconcertati al pensiero che Dio si compiaccia di far soffrire il proprio Servo. Occorre però comprenderla in profondità, per non rischiare di attribuire a Dio un volto perverso: cosa veramente è piaciuto a Dio? Che il Servo subisse atroci tormenti fino a morirne? Che suo Figlio patisse sulla croce? No, a Dio è piaciuto che il Servo fosse capace di compiere la sua volontà, cioè di «amare fino alla fine» (cf. Gv 13,1), anche a costo di subire una morte ingiusta e ignominiosa! In altre parole, il Servo Gesù non è morto per volontà di Dio, ma è morto perché noi uomini ci siamo scagliati contro di lui, accecati dal nostro egoismo che è giunto fino a una violenza omicida. È una necessitas umana, inscritta nella storia: il giusto dà fastidio, va eliminato, poiché è di inciampo alla logica e all’operato dei malvagi; la sua vita, posta sotto il segno della radicale obbedienza a Dio, è per essi una presenza intollerabile (cf. Sap 2,10-20). Qui sta la responsabilità di noi uomini; a Dio invece è piaciuto l’amore del Servo, fino alla sua capacità di amore per i nemici. È per questo che Bernardo di Clairvaux ha potuto scrivere: «Non la morte del Figlio è piaciuta a Dio, ma la volontà libera del morente, di Gesù».

Sì, Gesù è stato l’uomo che si è caricato delle sofferenze dei fratelli, l’uomo che non si è difeso rispondendo con violenza alla violenza che gli veniva inflitta, ma ha speso la vita per gli altri, offrendo se stesso «fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,8). Proprio in questa morte che agli occhi del mondo è una sconfitta consiste la vittoria dell’amore di Gesù, il Servo del Signore crocifisso, «vincitore perché vittima» (Agostino).

ENZO BIANCHI