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Una prassi, quella monastica della condivisione, che nel corso della storia della chiesa è riemersa con forza profetica ogniqualvolta un gruppo di battezzati ha cercato di ritornare alle istanze evangeliche, abbandonando privilegi acquisiti e facendosi solidale con i più poveri, fino a condividerne la vita stessa. Una prassi che anche a livello sociale trova modo di dispiegarsi nella misura in cui si è consapevoli dell’uguaglianza di ogni essere umano, della necessità di un’equa distribuzione delle risorse naturali, del legame intrinseco tra bene comune e benessere personale.

Certo, condivisione e solidarietà faticano a trovare spazio quando si idolatra il libero mercato – che così libero non è mai – o si assolutizza il diritto alla proprietà privata. In questo senso i cristiani, soprattutto nei luoghi e nei periodi di difficoltà economiche, hanno la responsabilità di testimoniare la logica feconda della koinonia, contestando nella pratica quotidiana l’accumulo dei beni: questi dovrebbero sempre avere come destino ultimo la condivisione. Il rapporto con la ricchezza è uno dei “luoghi” in cui lo stile di vita è esso stesso contenuto del messaggio evangelico. Esistono infatti una semplicità di vita, un’essenzialità e una bellezza legate alla sobrietà garantite e rinnovate ogni giorno dalla condivisione con i più poveri. E qui si colloca la caratteristica peculiare della condivisione cristiana che nasce dalla consapevolezza di formare un solo corpo ed è destinata a non esaurirsi all’interno della più o meno ristretta comunità di vita: come l’amore che deve animarla, si dilata a partire da un centro, un cuore – la comunità – e raggiunge via via cerchie più ampie di persone. La solidarietà con i poveri significa avere l’occhio per il povero, saperne discernere la presenza e i bisogni, considerare i poveri come sacramento di Cristo ma anche come epifania del peccato nel mondo, vittime nella storia dei potenti e dei dominatori di turno. La comunità cristiana è chiamata in ogni stagione della sua storia a esercitare il discernimento non solo e non tanto per individuare chi sono i poveri, ma soprattutto per farsi prossima a loro, chiunque essi siano e ovunque si trovino. Così si riscoprirà nelle pieghe delle ingiustizie sociali quella povertà vissuta da Gesù a partire dal suo farsi uomo, una povertà capace di arricchire tutti “nella larghezza, lunghezza, altezza e profondità dell’amore di Cristo” (cf. Ef 3,18-19).

 ENZO BIANCHI

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