Commento al Compendio del Catechismo - 11

 

Pregare è anche chiedere a Dio ciò di cui abbiamo bisogno, ma chiederlo nel Nome di Gesù, fidandoci della sua promessa: “Qualunque cosa chiederete nel mio Nome, la farò” (Gv 14,13). Questo significa certamente unire la nostra preghiera a quella di Gesù, che “alla destra di Dio intercede per noi” (Rm 8,34); ma, soprattutto, accordare la nostra preghiera con la sua, cioè avere in noi gli stessi sentimenti che furono in lui (cf. Fil 2,5). Fine della preghiera, infatti, è ottenere che noi facciamo la volontà di Dio, non che Dio faccia la nostra: non le nostre preghiere trasformano il disegno di amore di Dio su di noi, ma sono i doni che Dio concede nella preghiera a trasformarci e a metterci in comunione d’amore con lui!

Ecco perché, se si prega nel Nome di Gesù si è già esauditi (cf. Gv 16,23-24), avendo posto come primato su tutto il desiderio che la volontà di Dio si compia in noi e in tutte le creature: questo primato è stato la sete di Gesù lungo tutta la sua vita, è stato il suo cibo quotidiano (cf. Gv 4,34)… A tale esaudimento occorre credere, perché tutto diventa possibile a colui che ha fede (cf. Mc 9,23; 11,24). La preghiera è dunque sempre “oratio fidei” (Gc 5,15), cioè non soltanto preghiera che va fatta con fede, ma che discende dalla fede: la preghiera è l’eloquenza della fede.

E se è vero che la nostra fede (e dunque la nostra preghiera) è sempre fragile, basta metterla nella fede di Gesù Cristo, lui che è “la fede perfetta”, secondo la bella definizione di Ignazio di Antiochia: e lui la porterà a compimento, donandoci la forza di “fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare” (Ef 3,20).

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