Commento al Compendio del Catechismo - 51

 

In un secondo momento bisogna sforzarsi di vedere con amore chi ci ha offeso. Se abbiamo rinunciato a vendicarci, prima o poi giungeremo a scorgere nell’altro il suo non essere identificabile con il male che ha commesso. L’altro non è il male, non incarna il male, non può essere demonizzato: l’altro è un uomo, una donna che ha commesso un’azione che è male. Se non si assume questo sguardo, l’unico esito possibile è la condanna a morte dell’offensore e la sua negazione, a costo della sua distruzione. Ma l’uomo non è un delitto che ha personalità, è e resta un uomo!

In tutto questo va messo in rilievo il peso della grazia di Dio, delle energie del suo Spirito santo che possono operare in noi ciò che noi non possiamo operare e portare a compimento ciò che noi possiamo solo iniziare (cf. Fil 1,6). Una volta predisposto ciò che possiamo, a un certo punto dobbiamo chiedere a Dio la forza di perdonare. Si tratta, in altre parole, di esercitarsi nella preghiera ad assumere lo sguardo di Dio, il sentire di Cristo (cf. Fil 2,5; 1Cor 2,16). Non c’è altra via, e se siamo veramente cristiani, ossia credenti nel Dio che Gesù Cristo ci ha narrato: “imitatori di Dio” (Ef 5,1), sull’esempio di Cristo, siamo chiamati a perdonare, compiendo gesti d’amore. È possibile questo? Sì, è possibile, sull’esempio di Cristo e con la forza dello Spirito santo!

ENZO BIANCHI

  • 1
  • 2