Sant'Eusebio di Vercelli

 

Ma cosa sono i beni a cui un monaco dovrebbe rinunciare per percorrere la sua vita e realizzare la sua vocazione? Ci sembra a volte di saperlo troppo bene, perché lo desumiamo dalle parole di Gesù: la terra, la famiglia, il lavoro (cf. Mc 10,29; Mt 19,29). Ma in realtà al di là di questa triade, che è diventata classica nella vita religiosa, ci sono molte altre rinunce che stanno davanti a colui che vuole percorrere la vita monastica. C’è innanzitutto la rinuncia ai vizi, la rinuncia alle seduzioni. L’antico rito del battesimo chiedeva la professione triplice della rinuncia, non solo la confessione di fede in Gesù, ma anche una rinuncia, un ripudio preciso, perché questo è richiesto dalla struttura stessa dell’alleanza con Dio: ci si allea con Dio, ma si rinuncia agli dèi, agli idoli. Ma c’è la rinuncia anche a una vita tranquilla, a una vita nella pace, quando giungono le persecuzioni, e in ogni caso quando giunge l’ora della morte, che dovrebbe essere assunta come un atto in cui si rinuncia alla vita ricevuta in dono da Dio e la si ridà a Dio puntualmente come offerta eucaristica di ringraziamento: perché rinunciare alla vita e metterla nelle mani di Dio, questa è l’eucaristia delle eucaristie che ci attende tutti, prima di poter entrare nel Regno.

Certamente la vita monastica di cui abbiamo lunga esperienza, ci ammonisce: a ciascuno è richiesta una rinuncia, apotaghé, ma solo ciascuno sa qual è quella rinuncia che il Signore gli chiede, la rinuncia più costosa, quella che richiede più fatica, che deve essere rinnovata e confermata fino alla fine. La vocazione è sempre un mistero personale, anche all’interno della stessa forma vitae di sequela, e io sono convinto che proprio sulla rinuncia verifichiamo le differenze in comunità, così come sulla rinuncia siamo giudicati per la stessa fatica a viverla che ci accomuna tutti. Ognuno di noi ha un suo corpo, ha una sua psiche, ha una sua storia: noi non siamo uguali, non siamo uguali né negli affetti, né negli attaccamenti, né nelle sensibilità ma neanche nelle tentazioni e nelle seduzioni. Nella vita monastica si impara che c’è chi di noi ha dovuto rinunciare alla sua terra e ha fatto molta fatica a rinunciarvi; altri hanno dovuto rinunciare a cose che possedevano; altri hanno fatto un’immensa fatica a rinunciare alla famiglia, al padre e alla madre, e magari non hanno fatto fatica a compiere altre rinunce che la vita monastica richiede. C’è chi deve rinunciare a dominanti presenti nel suo corpo che sono incompatibili con un «corpo tempio dello Spirito santo» (1Cor 6,19); c’è chi deve rinunciare al lavoro che aveva, all’ambiente in cui ha vissuto… Nessuna illusione: la rinuncia per la vita monastica in ogni vocazione è presente, costa, è faticosa, e la rinuncia non si può rimuovere dalla vita cristiana. Cambia solo l’oggetto cui si deve rinunciare, perché noi siamo in questo veramente diversi.