Sant'Eusebio di Vercelli

 

La mia esperienza mi fa dire, ormai anziano, che l’unico ostacolo serio alla vita monastica è l’incapacità o il non voler rinunciare. Non ci sono altri ostacoli, neanche le cadute, neanche i peccati, neanche le debolezze: tutte queste cose non impediscono una vita monastica, ma il non saper rinunciare, questo sì la impedisce. Nella vita monastica si conoscono cadute, si può essere attratti dai vizi e ci si può rialzare. Ma se uno non sa rinunciare a se stesso, ai suoi beni, gli è impedito ogni progetto di sequela cristiana. Leggevo nei giorni scorsi un passo di Gregorio Magno che mi ha fortemente stupito. Con molta audacia Gregorio arriva addirittura ad affermare che nella vita monastica a volte i peccati di impurità e di lussuria sono nient’altro che un rimedio offerto a chi non ha mai rinunciato a se stesso, alla propria immagine. Scrive Gregorio Magno: «C’è chi si esalta attraverso l’orgoglio e commette un peccato interiore. Colpito dall’impurità, dalla lussuria, viene ferito visibilmente nel corpo, perché riconosca il suo peccato invisibile nel cuore, l’orgoglio» (cf. Commento morale a Giobbe XXVI,28). Dai peccati, dalle colpe ci si rialza, e si ricomincia «per inizi senza fine» – dice Gregorio di Nissa (cf. Omelie sul Cantico dei cantici 8) – perché la vita cristiana è solo un re-iniziare, senza mai giungere alla meta della santità: anzi, la santità consiste proprio nel ricominciare. Ma per fare questo bisogna essere capaci di rinuncia. Se non si è capaci, si è nella condizione di quell’uomo ricco che se ne andò perché non sapeva rinunciare, e se ne andò triste (cf. Mc 10,22 e par.). Ed è significativo che il vangelo attesti che era un uomo che aveva sempre, sempre obbedito alla Legge: tutti i comandamenti li aveva osservati fin da quando era ragazzo (cf. Mc 10,20; Lc 18,21).

Un anziano monaco diceva: «Non basta una vita interiore profonda, non basta neppure un sincero e vivo amore per Dio per raggiungere la santità cristiana. Occorre una capacità di rinuncia, di rinnegamento di sé, che consegni il monaco al lavoro di Dio, all’opera che solo Dio può compiere nel monaco. Senza rinuncia la vita interiore è soltanto una vita intellettuale di alta qualità, l’amore di Dio è solo il frutto di una disciplina di sentimenti, ma non c’è in questo sequela dietro al Signore». Noi dobbiamo ricordare tutto questo, e si badi bene: non si tratta di rinunciare solo al male, ma a certi valori che sono anche buoni. Questo è il prezzo della scelta che si fa, a costo di conflitti e di fatica. Maurice Bellet ha scritto a proposito della rinuncia: «Il risultato della rinuncia è solitamente la fine del carattere conflittuale che l’inizio del processo di rinuncia riveste. Non che si passi a una semplice tranquillità, senza più né ansie né ferite, si passa piuttosto alla forza, a una forza diventata libera, libera per la relazione, libera per tutto ciò che vi è connesso. Se la rinuncia conservasse un carattere di repressione, se restasse un conflitto bloccato, questo sarebbe il segno di un fallimento. Si deve andare oltre, senza rimuovere la rinuncia. Il processo della rinuncia è altro dal cambiamento positivo che si scontra con le resistenze del modo di essere di prima. Si capisce rinunciando come la rinuncia sia così prossima a quell’altra operazione che è la liberazione, la salvezza».