Sant'Eusebio di Vercelli

 

Cari fratelli e sorelle, ecco, su questo tema della rinuncia siamo invitati tutti a fare discernimento. Il mio invito è certo rivolto a Emanuele che questa sera promette al Signore la sequela nella vita monastica in questa comunità; ma è rivolto anche a ciascuno di noi che questa sera assume la responsabilità di un altro fratello, altro perché nuovo, altro perché altro. Queste parole sulla rinuncia – lo avete capito – sono nient’altro che parole ispirate dal vangelo di questa festa: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate». Quest’ultima beatitudine rivolta da Gesù ai suoi indica anche l’estrema rinuncia che sta davanti a quelli che hanno rinunciato per seguire Gesù. Hanno rinunciato alla terra, al lavoro, alla famiglia – «terra, casa, campi» –, ma dovranno ancora essere pronti a rinunciare: rinunciare alla tranquillità di una vita in pace, rinunciare a essere benedetti da tutti, rinunciare a essere lodati da tutti, rinunciare a essere accolti da tutti, anche a essere accolti a casa propria. Se infatti è toccato a Gesù di non essere accolto dai suoi, chi siamo noi per essere sottratti anche a questa prova? Questa beatitudine ci indica l’accettazione di calunnie, di ostilità, di persecuzioni, di non comprensione. Come è avvenuto a Eusebio che, pur senza aver versato il sangue per il Signore, viene ricordato tra i martiri dalla grande sapienza della chiesa, per aver vissuto questa situazione di ripudio sia da parte della chiesa stessa, nella sua porzione ariana, sia da parte di quelli che erano i poteri della chiesa dominante.

Se il vangelo dice che la beatitudine sta proprio in questo rinunciare addirittura alla vita nella pace, anzi alla stessa vita, a causa della persecuzione, vuole dirci che questa è la condizione cristiana, ma è l’unica condizione per essere sale della terra, per essere luce del mondo. E anche questa polarità noi dovremmo impararla: la polarità del nascondimento, perché il sale è sempre nascosto, non lo si vede, soprattutto quando lo si gusta nel cibo o nel pane; e dall’altra parte la polarità di una luce manifesta, la luce addirittura di una città posta sul monte. Nella nostra vita dobbiamo assumere anche questa polarità tra nascondimento e manifestazione pubblica. Ma la condizione per essere sale e luce – non dimentichiamolo – è proprio questa capacità di rinuncia, questa capacità di aver rinunciato all’inizio della vita monastica e di allenarci a rinunciare sempre, anche più avanti, in forme inedite, impossibili da prevedere. Sì, la rinuncia arriva, e ho l’impressione che sia l’unico dato che ritma la vita monastica, l’unico che non scompare mai.